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3 maggio 2018

Sulla cima di Serra Dolcedorme


Il viso cotto dall’altitudine, l’odore di terra, di umido e di neve ti rimane segnato nelle narici, mentre anche adesso che sono a casa riesco a sentire il freddo ululato del vento avvolgermi come una vertigine profumata. 
La cima di Serra Dolcedorme è quel luogo che non si dimentica, si è circondati da una solenne vastità, fatta di rocce e canaloni detritici. E’ un attimo dove rendersi conto che puoi scioglierti negli elementi fatti di luce, di neve e di vento. Oggi sulla cima è stato come trovarsi nel cuore di un immenso respiro.
Arriverà la mia ora e forse mi chiederò cosa ho fatto di bello?! Ho fatto  conoscere a tante persone, attraverso la montagna, parti di ignoto che non si scoprono ma semplicemente si ascoltano. E che i giorni più belli sono stati quelli in cui ho tolto via tutto, perché la montagna è il terreno di espressione più bello e più intimo su cui allenarsi. Attraverso la montagna ho conosciuto l’amore romantico e l’amore dell’amicizia.
Oggi siamo stati in vetta, sul Dolcedorme, perché un padre ha deciso di regalare al figlio, per il suo ventisettesimo compleanno, una salita in montagna. Detta così sembrerebbe una punizione, ma è stata una delle più belle salite mai realizzate, a combattere col vento a pieni polmoni e portare a casa tanta quiete e bellezza. A differenza di tanti abbiamo inseguito ciò che costa molto, ciò che richiede sacrificio e sudore, affidandoci interamente a noi stessi e con coraggio abbiamo tenuto testa alle nostre paure!
Sulla cima di Serra Dolcedorme non c’era nessun pubblico, nessun applauso, solo il rumore del vento. Che grande lezione!

16 giugno 2015

Amore ti scrivo...



Caro amore,
ti scrivo a cuore aperto, perché come tu sai non sono tanto bravo con le parole dette a voce, ed allora ho deciso di affidare alla scrittura quello che voglio dirti affinché tu capisca che non sei sola.
Io non posso capire quello che provi ne tanto meno immaginare il tuo dolore, la vita non sempre è giusta e forse nella stessa vita la morte restituisce la sua dimensione più vera, l’essenza a tutte le cose.
Sei stata insieme con tuo padre nella trincea della vecchiaia, fianco a fianco, da figlia sei diventata aiuto, sostegno, forse anche sorella, ma questo so che a te non basta, col tuo carattere testardo da “bimba” capricciosa avresti voluto essere più perfetta, ancora più presente, aver detto quello, non aver detto quell’altro, aver fatto di più.
Invece, credimi, la cosa più bella per te ed essere stata insieme a lui fino alla fine, aver vissuto assieme ed essere esistiti tanto da poter portare nel tuo cuore tutto per sempre.
Un giorno le lacrime si asciugheranno e tornerà la serenità poiché l’incessante ciclo della vita ha bisogno di compiersi per poter continuare. Ora i suoi occhi, il suo sorriso, i suoi silenzi, il suo sarcasmo saranno solo ricordi da conservare per sempre, indelebili nella tua memoria, ti aiuteranno a disegnare i contorni della sua anima, tutti momenti preziosi dentro la valigia che ti lascia sulla strada della Vita. 
Quando il vento, un giorno, si calmerà, uno spiraglio di pace nel tuo cuore ti farà capire che è giusto così, che questa è la vita, che niente è per sempre, solo l’Amore.
Anche se forse alcune volte ho usato la mia vita come una falce, battendola senza paura di colpire il sasso nascosto tra l’erba, giorno dopo giorno consumata continua a tagliare il ricco grano della vita, perciò sappi che io sono qui, per accogliere e curare il tuo dolore perché forse è più facile se lo si condivide con chi si ama e per rafforzare la tua “resilienza” ci saranno le carezze dei nostri bimbi come balsamo sulle tue cicatrici.
E allora, amore mio, guarda il cielo, guarda l’infinito sopra di te, noi siamo piccoli rispetto a tutto ciò, ma ancora tanto di grande e di bello ci aspetta. Senti quanta energia c’è in questo miracolo della Vita dove tutto si rinnova e cambia forma, ogni cellula, ogni scorcio della bellezza della natura, ogni fremito ed emozione non va perduta perché tutto si schiude nel mistero del mondo dove si aprono fiori che nessuno ha mai piantato.
Tuo per sempre…
Roberto

18 gennaio 2013

A volte...



A volte ci troviamo in periodi dubbi della nostra Vita. Ma come sempre è accaduto fino ad ora le risposte a questi dubbi le ho trovate in mezzo alla natura, nelle serene giornate d’inverno. 
A volte non bisogna forzare, bisogna andare al proprio passo, perché non c’è bisogno di dimostrare niente a nessuno quando si è consapevoli dei propri mezzi e della bontà delle proprie azioni.
A volte ci sentiamo chiusi in gabbia o peggio ancora all’interno di una bolla dove giorno dopo giorno l’aria a disposizione piano piano si consuma e sembra non poterci fare niente. Dovremmo bucare quella bolla, avere il coraggio di conoscere cosa si respira oltre quella linea trasparente, ma abbiamo paura, paura di cambiare le nostre abitudini, forse di cambiare le nostre convinzioni, di ammettere che abbiamo sbagliato o stiamo sbagliando. 
A volte basta ritrovarsi in mezzo alla natura per riconciliarmi con se stessi e con il mondo, abbracciare tutto nell’attimo di un respiro, tornare bambini per vedere ciò che ci circonda senza la pesantezza delle debolezze d’animo di un adulto. 
A volte ci rammarichiamo per niente, consumati da una sensibilità troppo marcata, forse perché sentiamo troppo e ci levighiamo come ciottoli di fiume portati dalla corrente verso il mare. Dovremmo forse estraniarci più dalle cose, essere un tantino più distanti, meno presenti nelle cose che non ci appartengono, ma se appartengono alle persone a cui vogliamo bene come possiamo estraniarcene!! Forse in questa distanza di infischiarsene delle cose che non ci appartengono sta la chiave per vivere meglio e stare più tranquilli!! A volte l'uomo è capace di tacere per sentire quello che dicono le donne. Perché in fondo lì è il suo Cuore.
 A volte il sole non scalda, l’acqua non disseta. A volte la pioggia non bagna e non importa a nessuno se sorridi o piangi. A volte abbiamo bisogno di restare soli per addormentarci sul cuscino della nostra anima, ripiegarci su noi stessi come i faggi del Passo delle Ciavole che si piegano sotto il peso della neve nei lunghi mesi invernali. A volte ci addormentiamo sul cuscino della nostra coscienza ed il più delle volte il riposo non è dei più tranquilli.
A volte vorremmo essere più tolleranti, forse meno severi con noi stessi e con gli altri, ma per chi è abituato ad essere in lotta con se stessi e con la propria anima viene difficile riconciliarsi col mondo. 
A volte ci piace assaporare il vento, perderci nello stillicidio di rami che si scrollano dalla neve come svegliati da un sonno profondo e bagnano le nostre membra stanche.
A volte abbiamo voglia di perderci e ci fa bene, sai quelle volte che senza riflettere non si ha paura di sbagliare, sono solo poche volte. 
A volte scalare una Montagna è la Vita e la Vita a volte è come scalare una Montagna. Puoi sedurla la Vita, ascoltarla, parlarle, ma in fin dei conti non è altro che ciò che abbiamo nel Cuore. Perché a volte siamo noi stessi una Montagna. 
Sono i nostri sentimenti, le nostre paure e passioni, sono le nostre insicurezze che scaliamo vivendo.
A volte stiamo male perché ci violentiamo, perché non troviamo quell’Amore di cui abbiamo bisogno. Forse perché a volte sembra troppo faticoso andarlo a cercare, o forse semplicemente perché ascoltarla la Vita richiede troppo tempo, così come capirla. 
A volte stiamo male perché non troviamo quella comprensione che può rasserenarci. Allo stesso modo, a volte, ci vuole troppo tempo per sedurre la nostra Montagna affinché ci accolga.
A volte mi sento uno scarabocchio su un foglio bianco, poi scopro che quello scarabocchio è stato fatto da mio figlio e mi emoziono quando me lo mostra tutto contento e col ditino lo indica chiamandolo “papà” ed appoggiandosi al mio petto aggiunge: “ti vollo bene”.

11 maggio 2012

Montagne di casa mia...


Credo che su ognuno di noi, nel carattere, nel pensiero, nel nostro modo di porci agli altri, influisce il luogo dove siamo nati e nella maniera in cui lo viviamo e lo scopriamo, specie nell’infanzia e nell’adolescenza, esso incide sulla nostra verità. Salire su una montagna non serve per conquistarla, ma i momenti ed i gesti che vivo e contemplo in solitudine, che non è angoscia ma una forma personale che mi aiuta ad amplificare le emozioni e le sensazioni, servono a me per non essere più lo stesso, per riscoprire la mia avventura.

 
Un solitario può “vedere” tante cose ed essere felice senza soffrire la mancanza di compagni. Quando sono solo, in montagna, il mio cuore è colmo di affetti. Piango, lotto, mi dispero, esulto ogni volta che arrivo dove non c’è più niente da salire, lo faccio con delicatezza, grato alla Grande Madre di questo prezioso dono che mi ha concesso e tutto ciò mi aiuta a ricordare di essere un uomo con mille difetti che cerco di aggiustare ma il più delle volte riuscendoci male…chiedete a mia moglie.


 
Adesso che il miracolo della vita si è di nuovo ripetuto e sono diventato di nuovo papà, spero che un giorno i miei figli acquisiscano la consapevolezza di dove vivono, ne comprendano la bellezza, l’importanza e anche la precarietà.
Guardo il mio paese da questa cima, anzi da questa anticima, circondato da montagne e orizzonti che si allargano, credo che dovremmo essere i filamenti di uno stesso tessuto, forte e resistente, invece siamo sfilacciati e attenti ognuno al proprio orticello…forse sto diventando vecchio chissà, il tempo indurisce anche l’anima.

 
Spero che i miei figli un giorno, nei momenti difficili, volgendo lo sguardo a queste montagne, così come è successo a me, possano ritrovare l’entusiasmo e la voglia di sognare per continuare a percorrere i non facili sentieri del quotidiano. Poiché la vita solo se la si vive intensamente può diventare realmente parte di noi.


Credo che la fatica dell’andare in montagna possa dare coraggio nella vita…quassù ci sta il vento…gli occhi da questa cima non mi bastano più…buona Vita figlia mia.


12 ottobre 2011

Viaggio solitario da Morano al Santuario della Madonna del Pollino: tra misticismo, lucidità e follia

(seconda ed ultima parte)

La discesa verso i Piani di Vacquarro mi distende un po’ i muscoli, non incontro nessuno, solo quando percorro il Piano Basso noto che alcuni escursionisti stanno scendendo giù dalla strada forestale proveniente da Colle dell’Impiso. Il cielo si è annuvolato. Mi inoltro nel cuneo finale del piano che termina ai piedi della Scaletta del Frido, la risalgo con passo spedito e prima che supero precari e ciclopici ammassi di roccia intravedo la cresta della Madonna del Pollino, con la chiesetta ed il rifugio appollaiati come nidi di grossi rapaci. Quella vista è un sollievo per il cuore e per le gambe, all’orizzonte grosse nuvole ribollono nell’aria. Cerco protezione all’interno del bosco, dapprima proseguendo su uno stretto sentiero poi, fatte poche decine di metri, la traccia si allarga e diventa un’agevole carrareccia a tratti lastricata da grosse pietre. Sento di essere all’interno di una grossa vena che attraversa l’interno di questo grosso corpo fatto di chiome verdi e fusti altissimi. 
Nessun rumore ostacola il suono del mio respiro ed il battito del cuore. Questa vena di sangue vivo mi porta lontano, davanti a me vedo scorrere tutta la mia vita, un bambino nella campagna, i nonni, l’asino che tira l’aratro e fa muovere zolle di terra, il sapore dei fichi, le spighe di mais, le galline, l’odore della stalla, il calore del fuoco, il profumo delle castagne arrostite, gli amici, le partite a pallone, le sbornie di vino, la raccolta delle olive, il baccalà con le patate, gli amori, i sorrisi ed il pianto, episodi carnali di sesso e autoerotismo, vedo i miei genitori. Sono preda di allucinazioni, questa spirale di sangue mi tira giù, sento odore di funghi, di muffa, odore di morte, vedo un cimitero, la mia stanza piena di poster e foto, il mio vicinato, l’odore del sugo la domenica, i rintocchi delle campane, i volti della gente, il volto di Cesira, il sorriso e lo sguardo dolce di mio figlio, il pane fatto da mia nonna, il sapore dei fagioli cotti vicino al fuoco, il vento sulla faccia, il pianto di mia madre, vedo la neve, sento freddo caldo, il mare, la spiaggia ed il sole, vedo il volto di mio nonno Angelo, il sorriso di zio Franco, una bara, dei bambini che giocano, vedo dei fiori, gli amici su un prato, vedo degli asini, zia Amelia che dà da mangiare alle galline, sento il sapore della ricotta di una volta, l’odore del mosto, zio Pietro con la maglia a mezze maniche, il sorriso di Dino, sento la pioggia bagnarmi da tutte le parti, vedo scene di montagna con Domenico ed il Presidente, gli abbracci ed i discorsi con Salvatore “mio fratello”, scene di soccorso e di salvataggio in montagna, il Canton Ticino, la Toscana, Parigi, sento l’odore del legno, il rumore della carta vetrata, episodi di quando facevo il falegname, il motorino, gli errori, le vittorie e le sconfitte di questa mia vita.
Barcollo, mi appoggio ad un grosso tronco di faggio, il mio volto è rigato di lacrime, rivolgo lo sguardo in tutte le direzioni come se aspettassi qualcuno uscire da quel silenzio e venirmi incontro, scruto dietro gli anfratti, osservo i tronchi, spio verso i cespugli con l’intento di vedere persone che non ci sono più. Non succede niente. Solo silenzio ed una solitudine immensa. Mi abbandono e mi lascio trasportare dal Rosario. Prego. 
Camminare in solitudine è qualcosa che ti resta dentro ed al tempo stesso ti squarcia, come il cuneo della scure spacca il tronco. Mentre cammino vedo la mia vita spezzettarsi in frantumi, in schegge e scintille che si spandono nell’aria, questa condizione mi porta a valutare la proporzione fra il bene ed il male, fra il giusto e sbagliato.
Sull’irto sentiero che conduce alla Cappella, sento e percepisco di essere diventato parte di un progetto più grande, ad un certo momento io stesso sento di essere parte di questo viaggio che sto compiendo, io stesso sono diventato il viaggio. Arranco solo, con la fatica fisica ed il sudore che come un ruscello scende copioso lungo la schiena, sul petto, dalla fronte. Mentre salgo e cerco, sento il silenzio avvolgermi, percepisco la mia stessa essenza, cerco la radice stessa del mio animo, tutto diventava vero, è la completezza, momenti intensi vissuti ed intessuti di lucidità e follia.  
In chiesa, in fila per incontrare la Madonna, ho pianto. Succede da molti anni, da quando ho deciso di vivere questo pellegrinaggio in solitudine partendo da Morano. E’ un momento mistico in cui so di essere giunto sino qui dando tutto quello che potevo dare. Mentre faccio la fila per salutare la Vergine, una piccola bimba, tirando la camicia del padre, mi rivolge degli sguardi curiosi. Gli regalo l’unica cosa che ho: un sorriso e lei dalla sua sfortunata condizione sembra ricambiare accennandone un altro sul suo bel visino.  
Durante questo Pellegrinaggio ho avuto il tempo di eliminare gli egoismi e le meschinità quotidiane. Sulla via del ritorno ho capito che ci sono sentieri all’interno del proprio cuore che ancora non conosciamo, ma ricercando a fondo se stessi un giorno potranno essere percorsi tutti. Quel giorno saremo liberi come le nuvole, ci perderemo nei raggi del sole e nei profumi del sottobosco, ci scioglieremo lentamente come i nevai d’estate sulle cime. 
A te figlio mio dedico questo Cammino, con la speranza che potrò essere sempre un buon padre e dedicarti il giusto tempo come sto facendo ora. Perché un giorno, come io ho fatto con mio padre e mia madre, sarai tu a giudicarmi per quello che ho fatto e per come avrò vissuto. Spero sarai contento e poter dire che avrai avuto un buon padre.
Più che un uomo di successo ti auguro di diventare un uomo di valore, ti auguro di non scoraggiarti mai anche quando il cielo si rannuvola di nubi nere, sappi che si rasserenerà. Sappi che il male che ci colpisce non è mai assoluto e che comunque c’è sempre qualcuno che sta peggio di noi. Ma quello del male fa parte comunque del viaggio che abbiamo deciso di affrontare nel momento in cui abbiamo stabilito di vivere. La vita è un bene da godere e la montagna me ne ha dato tanto, ha volte come e più di una madre, ma le tristezze, le delusioni e i dolori purtroppo non si possono cancellare e ci dovrai fare i conti, anche loro però completano quella che è l’enorme bellezza della Vita. Oggi tra l’enorme bellezza della mia Vita c’è anche il tuo sorriso birichino da piccolo buddha che compensa adeguatamente i miei giorni di stanchezza e di preoccupazione sul tuo futuro e c’è anche la pazienza e l’Amore di tua madre che non ti fa mancare nulla ed i nonni che ti vogliono bene come un loro figlio.   
Ricorda figlio mio che la vita è un ricco viaggio denso di suggestioni ma quello che conterà davvero sarà solo il tuo Cuore e ciò che saprai raccogliere di Vero e Duraturo lungo il Sentiero della Vita. Diffida da ciò che brilla, da tutto ciò che può essere conquistato in modo facile e veloce, non inseguire ciò che non costa niente. Ricordati che il vero Valore è custodito nella semplicità delle cose, la cui conquista richiede Sacrificio e Sudore.    
Sii sempre, ogni giorno, un uomo migliore, fallo affidandoti interamente a te stesso come ho fatto io lungo il mio Viaggio…Buon Cammino Figlio Mio.
P.S.: un grazie di cuore a Francesco Sallorenzo per il suo cortese invito, da me rifiutato come tradizione pellegrina vuole,  di offrirmi un passaggio di ritorno in macchina fino a Morano.
L’ultima foto appare per sua gentile concessione…”Ca Maronna t’accumbagna Francè”.