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6 dicembre 2015

No climate changes



L’aria è frizzante, respiro il profumo della neve caduta da poco. L’aria è per l’uomo la più preziosa risorsa. Riusciamo a sopravvivere per settimane o anche per mesi senza cibo e per giorni senz’acqua, ma anche pochi minuti senz’aria possono mettere a repentaglio la nostra vita. Dal Piano Alto di Vacquarro l’atmosfera diventa ancora più ovattata. Sto partecipando alla “Marcia Globale per il Clima” come Guida Ufficiale del Parco Nazionale del Pollino, insieme ai volontari del Soccorso Alpino e a molti attivisti ed associazioni, tra cui il Gruppo Speleo del Pollino di Morano Calabro di cui faccio parte. Siamo diretti verso la cima del Monte Pollino, tutti legati da una corda invisibile, filamento di uno stesso tessuto forte e resistente. 
Quello del 29 novembre è stato uno dei 2300 eventi organizzati in 175 Paesi in occasione del Vertice ONU sul Clima di Parigi, in quella che è stata la più grande manifestazione per il Clima della storia. Il 29 novembre il mondo non ha avuto confini!
Immersi nell’immobile silenzio della montagna, solo il frusciare della neve che calpestiamo si oppone al silenzio totale. L'inverno in montagna porta dentro il senso dell'attesa. Nel regno della luce e della gioia tutto può accadere liberando la possibilità di sognare. 
Mentre saliamo la natura fa sentire forte il suo respiro, perle di ghiaccio, il soffio di cristalli che volano al vento dalla cresta. Dentro di noi il sangue affluisce al cuore in un pullulare di vita intensa, di attimi infiniti.
Sulla cima i nostri pensieri nel vento. Celebriamo la Terra e la sua fragile bellezza. Il nostro pianeta è una preziosa “casa” per tutti noi mortali. Abbiamo solo questo pianeta su cui vivere e bisogna averne cura di questo unico sistema in grado di mantenere la vita. 
Chi contempla la bellezza della Terra trova riserve di energie che dureranno finché vive. C’è una bellezza simbolica nelle luci dense e penetranti del cielo, nella nebbia che filtra una luce dolorosamente abbagliante, nel bocciolo chiuso pronto ad aprirsi, nell’intreccio misterioso di tutto l’amore. C’è qualcosa di infinitamente confortante nei ricorsi naturali: la sicurezza che l’alba seguirà alla notte e la primavera all’inverno. Un sacro mistero si manifesta nel mondo naturale. 
Quello di oggi è un sogno possibile, ancor più se intrecciato da emozioni profonde, con la montagna nel cuore. Anche la trasformazione della nostra società coinvolge il cuore e l’anima oltre che la ragione degli esseri umani. 
E’ tempo di riscrivere anche quei libri dove Dio dice all’uomo e alla donna: “Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sopra la terra”. Il racconto della Genesi nel Nuovo Testamento forse ha trasmesso all’uomo occidentale un atteggiamento di dominazione nei confronti del Creato, contribuendo a formare la convinzione che la Terra sia a disposizione dell’uomo, come una rendita più che un capitale da amministrare saggiamente. 
Mentre scendiamo le nubi ribollono come in una caldera. Portiamo questo tempo dentro di noi, ultimi romantici che sospirano per la bellezza delle stagioni che cambiano. Il volto della Terra è simile al volto di un essere umano. Non dimentichiamo che siamo esseri di passaggio, viaggiatori su questo pianeta, dove nulla ci appartiene, perché abbiamo più bisogno noi della Natura che la Natura di noi. 
Il giorno muore in una grande pace, sul pianoro di Colle Gaudolino ascoltiamo il battito della Terra. E’ un battito antico, il suono è quello di un mondo che non aveva ancora questa forma.
Il giorno muore in una grande pace nell’infinito: “con tutti gli esseri e con tutte le cose noi saremo fratelli”. 


15 febbraio 2013

Quello che ancora vive...



E’ caduta lieve e silenziosa per tutta la notte posandosi esitante, forse stanca come la gente che abita questo lembo impazzito di Calabria.
Il paese si è come pietrificato ed ogni ora che passava ho sentito aumentare il disprezzo dei moranesi verso questo luogo, verso la stessa gente che lo abita, forse è rabbia, un momento passeggero dettato dai disagi che la neve porta sempre con sé in questo paese sempre troppo “veloce”, sempre troppo “indaffarato”. 
Eppure un tempo tra i vicoli del mio paese le giornate invernali erano lunghissime, come lunghissimo era il tempo trascorso tra i vicoli dove il cammino che stava davanti ed ubbidiva a regole semplici era scandito dalla luce del sole, dalle condizioni atmosferiche che rispondevano al lento ritmo dello scorrere della vita.

Ecco, ricomincia a nevicare e con essa la tensione sale come il manto di neve che a poco a poco si ispessisce in una coltre ghiacciata. Cresce l’ansia per chi stamattina è partito presto ed ora rischia di essere sputato dalle strade impazzite. Così anche il disprezzo continua a salire come la coltre nevosa, perché in questo lembo impazzito di Calabria sovente non si apprezza quello che si ha fuori dalla porta di casa, perché in questo lembo impazzito di Calabria bisogna a tutti i costi sopraffare l’avversario, sopraffare il “nemico” come se fosse ormai cosa normale.

Strani e mutevoli sono i sentimenti che si nutrono verso il nostro paese, verso la propria gente, si ama e si disprezza, a volte, con tutto quello che vi è dentro, non si sopporta ma spesso si rimpiange.
A me la neve comunica un senso di buono, un transitorio candore, uno zucchero che addolcisce i volti dei bimbi schiacciati contro i vetri delle finestre. In altri posti la neve porta ricchezza, a Morano porta discordia, perché in questo lembo impazzito di Calabria la neve non rappresenta più un'occasione per mettere alla prova la nostra generosità, il nostro senso civico, la solidarietà verso chi soffre e ha dei problemi. 

Eppure, non tanto tempo fa, mi ricordo che dopo una nevicata le persone venivano presi da una strana concitazione, ognuno nel proprio vicinato spalava alacre la neve dalle porte, dai portoni, dai vicoli, le persone mi sembravano tutte di buonumore, più aperte e socievoli, più disponibili ad intavolare conversazioni improvvisate con vicini e passanti. Oggi purtroppo non è più così, forse perché sono morti i vicinati? Forse perché di usare le mani non gliene frega più a nessuno, la meta da raggiungere è la laurea, camicetta bianca, un bell’ufficio con aria condizionata e mani sempre pulite. Forse perché è scomparsa la solidarietà tra la gente!!
Dopo una nevicata mi ricordo sempre che sbriciolavo un pezzo di pane per i passerotti vicino l’uscio di casa. Oggi lo faccio con mio figlio, ci nascondiamo dietro le tende del balcone e dopo un po’ vediamo gli infreddoliti uccellini precipitarsi un po’ timidi, ma festosi, verso il sospirato pasto. Il mio cuore come una volta e più di prima si riempie di gioia.

E’ bello osservare Morano da lontano ma credo che sia più affascinante percorrerne i vicoli, sentirne la poesia che trasuda dai muri a secco che ancora resistono agli anni ed alle intemperie ma che non possono niente contro le ruspe e le ordinanze. 
Ho nostalgia e rimpianto del mio vecchio paese per questo sempre più spesso mi piace andarlo a trovare,percorrerlo con sempre più fatica “arrampicandomi” tra i suoi vicoli come un nipotino che festoso va incontro al nonno.

Mentre mi accingo a percorrere questi stretti vicoli la neve come una coperta pesante copre ogni cosa e lo spessore vellutato sulle tegole sembra un mucchio di grosse lastre bianche che danno la sensazione che da un momento all’altro tutto possa crollare.
Sento la neve scricchiolare sotto le scarpe, osservo le mie impronte, avverto intorno l'atmosfera ovattata. Un’abbondante nevicata come questa non avveniva da un sacco di anni perché in questo lembo di Calabria anche il tempo e le stagioni sono impazzite, non sono più quelle di una volta. Solo il tempo delle polemiche, in questo lembo impazzito di Calabria, è rimasto sempre lo stesso e non è mai riuscito a scansare il tempo del rimboccarsi le maniche.  Così che l’ordinario diventa straordinario e le situazioni drammatiche e di emergenza tendono ad assomigliare sorprendentemente al teatrino della politica locale con il biasimo di chi ci guarda dall’estero e che certamente rimpiange di non poter ritornare a vivere tra le vecchie mura ma che quasi certamente non rimpiange il non poter vivere tra la “nuova generazione moranese”. 

Mi accorgo ogni anno che passa che questo paese si smembra, si sgretola su se stesso non nelle pietre che cadono ma nei rapporti tra la gente, dovremmo ritrovare il tempo della lentezza nelle stagioni quando le intemperie rinchiudevano le persone in casa per giorni, così, per riappropriarci un po’ del tempo e forse anche della nostra Vita.
Qui un tempo gli inverni non finivano mai e vivere tra le case strette una accanto all’altra significava farsi coraggio, aiutarsi a vicenda perché pur nelle differenze le persone stavano vicine come le dita di una mano. Oggi in questo lembo impazzito di Calabria sembra che non siamo più abituati a vivere a stretto contatto con le persone, viviamo in mondi finti costruiti ad hoc per evitare le nostre paure.

Mentre avanzo, questi vicoli coperti di neve vergine mi inghiottono quasi a non volermi più far tornare. Qui la gente se ne andata per sempre abbandonando i propri luoghi, la neve è intatta ed un po’ mi rammarico per averne intaccato il candore e la purezza. 

Nel mondo dei doposci con borchie e pellicciotto percorro questi vicoli con scarponi pesanti ed il loro rumore rimbomba tra il silenzio di muri ammuffiti e pietre affioranti come pezzi di ossa spolpate dal tempo. Porte e finestre in legno ormai marcio e fatiscente mi osservano mute nascondendo il ricordo del tempo che è andato e che tra queste mura non riporterà mai più il calore di una famiglia o forse sì. 

Tra un respiro e l’altro vedo i vapori del mio corpo spandersi nell’aria ghiacciata, lungo il percorso non incrocio nessuno, a tratti attraversare questo paese e come attraversare un cimitero di notte. 

A lungo resto immerso in questo vuoto addensato rivolgendo lo sguardo verso i resti di ciò che c’era e che oggi segna la nostra memoria. Poi d’un tratto scorgo una luce, c’è chi ancora resiste tra questi vicoli e si fa breccia nella neve ripulendo il proprio spazio, l’uscio della porta di casa ed il breve tragitto che conduce alla legnaia…
(fine prima parte)