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21 dicembre 2016

Pietra Campanara



A Piano di Novacco il termometro segna -3 °C e sono già le nove di mattina. Costeggiamo la Fiumarella di Rossale per alcuni tratti ghiacciata. L’aria è gelida e completamente immobile. Camminare è l’unico modo di rispondere al freddo intenso che morde ancora di più nei tratti all’ombra e non ancora riscaldati dai raggi del sole.   
La pista, un tempo sede di un tracciato ferroviario di piccoli trenini (del tipo “Decauville”) composte da piccole locomotive a vapore per il trasporto dei tronchi di faggio, è un arrossato tappeto di foglie.
Un po’ di tepore lo troviamo poco prima di arrivare a Mare Piccolo, aiutati dall’esposizione del versante già da qualche ora battuto dal sole. Tuttavia dove lo sfavillio del sole non arriva la temperatura si mantiene ancora rigida. 
Un tempo questi erano luogo brulicanti di sudore e fatica per via del duro lavoro inerenti lo sfruttamento delle risorse boschive. Si partiva molto presto la mattina tra la domenica ed il lunedì e si faceva ritorno soltanto a fine settimana, ciò comportava un ricovero per dormire ottenuto attraverso la costruzione di baracche realizzate con tavole di faggio, terra e carta catramata.  
Proseguiamo il nostro cammino confortati dal calore del sole e dalla visione di Pietra Campanara suggestivo torrione calcareo alto una trentina di metri che, dalle propaggini del Monte Palanuda, domina la sottostante Valle del torrente Argentino in uno scenario di assoluta bellezza e integrità.
Dal “belvedere di Pietra Campanara” ci riscaldiamo al sole mangiando qualcosa, da questo piccolo spazio “quasi sospeso” tutto è pace e noi non siamo che vibrazioni luminose nell’immensità del tempo. 
Al ritorno ci infiliamo all’interno delle Serre di Novacco, superiamo uno strettissimo vallone tra faggi altissimi ed un’atmosfera quasi primigenia. La nostra è una fuga dalla vulnerabilità della condizione umana poiché le montagne rappresentano il rifugio per continuare ad emozionarsi davanti alla bellezza e ritagliarsi un piccolo spazio per sé lontano dalla meschina quotidianità. 

31 agosto 2016

La Valle del Fiume Argentino



Sono tanti i luoghi del Parco Nazionale del Pollino dove ha senso sia quello che si vede ma anche quello che non si vede. Uno di questi luoghi è la valle del Fiume Argentino un richiamo di austera bellezza, una valle che ha un’anima e quest’anima palpita. C’è qualcosa nel correre con la corrente del fiume che tocca l’animo umano in profondità, il fragore di risonanze, riflessi cangianti, la fluidità di segni e mutazioni. Il fiume è una linea ma anche itinerario, la via ed il passaggio, il movimento ma anche la calma, la potenza del turbine tra l’evidente e l’incalcolabile. 
La trascendenza qui, anche se non la cerchi, ti viene incontro tra spicci di cielo che si fanno spazio attraverso la massa verdeggiante, fondendosi nello stormire delle foglie, nel suono “argentino” dell’acqua, nel canto degli uccelli, attimi in cui tutto diventa preghiera.
Mancavo da molti anni in questo luogo e nella mia mente riaffiorano ricordi ormai accantonati: la scuola, i giorni della gioventù, le prime amicizie “montanare”, le prime “esplorazioni” in questa parte di territorio per me sconosciuto. Gli anni sono volati senza accorgermene, intensi, pieni, insegnandomi ad apprezzare e misurare le cose raggiunte, permettendomi di continuare a conoscermi. 
Il mormorio del torrente ci accompagna mentre saliamo tra ontani e lecci, lasciamo la valle ed il corso del fiume molti metri più giù, mentre voci si perdono nell’oscurità della vallata ed intorno regna solo l’abbraccio di monti ammantati di foreste. Siamo su un belvedere che regala sipari di incantata bellezza, la mente viene catalizzata da questi ammassi verdeggianti e torrioni che si elevano sopra le nostre teste come grosse sagome di dinosauri.
Scolliniamo al valico di Castel San Noceto per subito calarci all’interno della più ombrosa Valle de “I Milari”. Ho soggezione e timore in questa parte di Natura che adesso non fa passare nessun filo di luce e tutto è calmo e più fresco.
Il mormorio del torrente è cessato, sembra calcare le dorsali di un immenso gigante addormentato che non si domina ma che certamente si rispetta. A tratti la ripida discesa mette a dura prova le ginocchia e le dita dei piedi che premono contro le scarpe. Epifanio, il mio compagno di sentieri ed “escursionista per caso” come ama definirsi, ogni tanto allunga, si vede che ama stare in contatto con la natura e dialogare con lei nel silenzio.
Meditare e rilassarsi è sicuramente questo un luogo per anime inquiete dove trovare la pace e l’equilibrio interiore senza bisogno di andare troppo in alto, basta immergersi in questa bella valle incantata. 
Mentre ridiscendiamo il mormorio dell’acqua si fa sempre più armonioso, ci avviciniamo verso il torrente “I Milari”, affluente dell’Argentino, segno che Povera Mosca è vicino per concludere questo meraviglioso anello. 
Al rifugio, nel primo pomeriggio, l’incontro con l’amico Oscar, dopo vent’anni, ha trasformato il vino in una storia dolce bella da vivere, riuniti con Epifanio a sciogliere e riannodare i tanti fili del nostro territorio per cercare di trovare una soluzione ai tanti problemi di cui discutevamo.
Alla fine i saluti come sempre malinconici ma conditi di tanti buoni propositi per nuovi incontri, sempre circondati da una Natura suggestiva in grado di creare momenti che rimarranno per sempre nel profondo del nostro Cuore.


21 agosto 2009

Quel mondo inesplorato

Acque spumeggianti e cristalline, farfalle come coriandoli nell’aria, rigogliose rampicanti ricoprono tronchi e si attorcigliano a rami che non vedono cielo, liane si appoggiano ad altre piante avvinghiandole con un fitto intreccio.
Profumi primordiali si spandono nell’aria, sprazzi di luce qua e là ricordano l’inizio della vita mentre farfaracci dalle grandi foglie bevono da muschi ricoperti da stillicidi di gocce purissime. Lungo quella profonda ed intricata gola levigati massi ciclopici e tronchi giganti rimangono lì a guardia del torrente, ad ogni piena vengono spostati dalla furia dell’acqua, parlano di forze incredibili, di correnti impetuose, gorghi terrificanti ed ostili.
L’acqua è gelida. L’aroma di erbe officinali penetra nei muscoli ispessiti dallo sforzo prolungato. Come un esploratore mi trovo sbalzato in un altro tempo e in un altro luogo. Quando la gola si restringe spumeggianti ribollìi fatti di rilucenti cristalli danzano divertiti su grossi macigni, poi il corso del torrente si apre e dove arriva la luce placide conche celesti rubano frammenti di cielo.
Sento odore di sangue. Mi accorgo che un taglio profondo stilla sangue copioso dal gomito. Non ci bado più di tanto, Natale mi aiuta a stringere attorno al braccio un fazzoletto per evitare che alcune mosche ghiotte del fluido vitale possano banchettare allegramente. Le mie braccia sono ricoperte da strisce sanguinanti provocate dal superamento di alcuni tratti intricati da rovi. Guariranno.
Quelle che non cicatrizzano sono le ferite inferte sul cuore dai graffi della vita. Sono ferite che non riescono a guarire. Restano per sempre, come segni su un tagliere.
Dove andrà quest’acqua! Quanto cammino dovrà ancora percorrere per trovare la pace nel mare dell’eternità!? Come la nostra vita. Quanta strada ancora ci aspetta per arrivare (se arriveremo) al traguardo che ci attende. Sarà un traguardo? o un nuovo inizio? Sarà la fine di un dolore? o l’inizio di una nuova gioia? Quante domande!
L’ultimo respiro di questo luogo meraviglioso lo raccolgo tutto nel cuore. Il Presidente si avvicina al cospetto della cascata Fauzofìli, il suo sguardo è avvinto da un dolore e allo stesso tempo da una gioia. In quello specchio d’acqua, alcuni anni fa, un pezzo di vita ci ha lasciato. In questo momento, in quella conca, tanti ricordi come pietre ammassate sul fondo risalgono leggeri come goccioline finissime. La gioia è dovuta alle carezze del vento fresco provocato da quel salto d’acqua meraviglioso ed al tempo stesso terrificante.
Mentre risaliamo lungo le pendici del Timpone i Fornelli, il vocìo del torrente muore nell’oscurità della valle. Nel vivo dei profumi della sera, nella tensione della carne arrossata, nei battiti del cuore, nello sforzo dei muscoli affaticati, nei respiri della mia anima, io, a differenza dell’acqua ritorno alla mia sorgente, alla Sorgente dell’Amore. Zampilli copiosi i suoi baci dissetano le mie radici e mi fanno vivere… in questo mondo ancora inesplorato.