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5 maggio 2016

La Grotta e il Riparo del Romito



La Grotta e il Riparo del Romito costituiscono uno dei più importanti siti paleolitici dell’Europa.
La loro rilevanza, nell’ambito delle documentazioni preistoriche, è legata all’imponenza della stratigrafia, messa in luce in questi anni, alla ricchezza delle evidenze archeologiche che sia la Grotta sia il Riapro restituiscono ed alle forti potenzialità di informazioni per la ricostruzione dell’ambiente e delle attività delle comunità che abitarono il sito alla fine del paleolitico e nel neolitico.
La Grotta e il Riparo appaiono oggi, come due ambienti quasi distinti: un accesso piuttosto angusto immette nell’oscuro spazio all’interno della grotta, impreziosito da stalattiti e stalagmiti.
Sia la Grotta che il Riparo sono state oggetto di sistematiche ricerche e scavi da parte dell’Università di Firenze fin dal 1961, anno in cui la Grotta venne scoperta.
La prima cosa che venne alla luce fu la splendida figura di bovide (Bos Primigenius), probabilmente un Uro oggi estinto, che si conserva nel Riparo, definita dal prof. Paolo Graziosi: “la più maestosa e felice espressione del verismo paleolitico mediterraneo”.
Tale ritrovamento ci fa capire che il suo esclusivo frequentatore è ormai l’uomo moderno, colui il quale è definitivamente andato al di là delle esigenze puramente materiali della vita e che ha attinto livelli superiori: nel pensiero, nel sentimento, nell’arte. La figura del bovide graffita sul masso posto all’ingresso della grotta può essere nata da esigenze legate alla caccia, ma in essa operano prepotentemente anche il sentimento religioso e l’empito dell’arte.
La fantasia corre al bue che domina il paesaggio e all’uomo che lo cattura, dopo averlo imprigionato nella roccia, imprigionandone lo spirito col simbolo e con la magia. Immaginiamo la sua carne, ridotta in porzioni, consumata non solo a scopo alimentare ma per assimilarne l’anima, la virtus. Il masso è luogo di culto, altare davanti al quale sostare o rivolgere lo sguardo per propiziare la buona riuscita delle fatiche venatorie. Il bue non è solo vittima o preda, ma diventa divinità che rende sacri i prati e i boschi dove vive, forse anche totem.
Vicino al graffito sono state rinvenute due coppie di scheletri ed altre sepolture singole sono state ritrovate all’interno. L’ultima è stata riportata alla luce nel 2010. Si tratta di un giovane cacciatore di circa 17.000 anni fa.  
Su alcuni scheletri sono stati rinvenuti frammenti di corno di bue ed i corpi erano circondati da una serie di manufatti di selce. Un altro scheletro è stato rinvenuto con una scheggia di selce appuntita nella mano e nella regione cardiaca.
I frammenti di corno di bue (il corno è simbolo di forza) sul corpo hanno lo scopo di assicurare forza nell’aldilà. I manufatti litici sparsi attorno al corpo possono avere avuto la funzione di proteggere l’anima del defunto e nello stesso tempo di impedirne il ritorno tra i vivi.
Dalle ultime campagne di scavi sono emersi nuovi dati che hanno permesso di acquisire inedite e importanti notizie su un periodo compreso tra 10.000-8.000 anni fa, ovvero la fase del Mesolitico.
La Grotta del Romito, oltre all’importante manifestazione artistica del Bos Primigenius è un valido giacimento preistorico di informazioni per la ricostruzione dei modi di vita delle comunità di cacciatori paleolitici che vivevano nell’area del Pollino, inoltre anche per la ricostruzione delle trasformazioni climatiche e ambientali della zona attraverso i millenni, da 23.000 a 6.000 anni fa.
Nei pressi della Grotta è ubicato un Antiquarium, nel quale sono ricostruite le varie fasi di scavo e dove è esposta anche una ricostruzione fisiognomica di un uomo paleolitico.   

9 novembre 2013

Niente fretta… sul Monte Ciagola


Il Monte Ciagola è posto nella Calabria nord-occidentale tra i comuni di Aieta, Laino Borgo e Papasidero. Molto probabilmente deve il suo nome alla taccola, un corvide abbastanza comune in quest’area, che nel dialetto locale viene chiamato ciavula o ciagula. Il punto più alto è posto a 1.463 m.s.l.m. ed è denominato Cuppone.
Lungo le pendici del monte e sui versanti sono presenti molte costruzioni a secco, muri di cinta e piccole abitazioni che sono servite nei secoli come riparo alle mandrie degli animali ed ai pastori stessi che erano dediti all’allevamento delle pecore, delle capre e delle vacche.
Il Monte Ciagola viene definito la montagna dei trentasei comuni per l’ampio panorama che si gode dalla sua vetta e che spazia, nelle giornate serene, sul territorio appunto di trentasei comuni tra il versante nord occidentale della Calabria, con la sottostante Valle del Lao, al versante orientale dell’Orsomarso, fino alla foce del Fiume Noce ed i monti, a perdita d’occhio, della Basilicata meridionale nonché dalla parte settentrionale del Golfo di Policastro nel Parco Nazionale del Cilento fino a Capo Vaticano nelle estreme propaggini del versante tirrenico calabrese.
Affrontato dal versante settentrionale e quindi dal territorio di Laino Borgo non risulta particolarmente impegnativo. Lo è invece dal versante meridionale partendo da Papasidero dove per raggiungere la cima si impiegano quattro ore abbondanti di cammino, in un paesaggio brullo, a tratti lunare specie lungo la cresta, per coprire un notevole dislivello di 1.200 metri circa in 6 Km di cammino (solo andata) partendo nei pressi del campo sportivo.
E’ stata dura arrivare fin quassù con un allenamento non certo consono a quest’escursione, questi chili in più mi tengono ancorato alla terra, comunque c’è l'ho fatta a forza di volontà e costanza sono arrivato in cima con il fiato corto e le gambe piegate dalla stanchezza. Ne è valsa la pena, se non altro per la bellezza superba di un paesaggio ricolmo di montagne e colline a perdita d’occhio e l’aggiunta anche del mare. Che ricchezza! Paesini isolati che sembrano abbandonati da ogni forma umana e alcuni lo sono per davvero!
Mi sento stanco ed al tempo stesso così pieno dentro, così riempito fino all’orlo da ritrovare una grande forza e poi… tutte le arrabbiature, la fretta, le discussioni con mia moglie sulla casa, gli scontri con il mio capo, le preoccupazioni, tutto sparisce e si perde tra nervature di luce e profili che si affastellano lontano a perdita d’occhio. Che ricchezza!
Mi piace la montagna perché in montagna si può parlare. Parlare veramente, parlare di se stessi, delle proprie paure, della vita che passa e lascia segni sull'anima più che sulla pelle, dei sensi di colpa e del vuoto che lasciano per sempre le persone perdute. Perché la montagna sprigiona la verità degli esseri con una sincerità che non si apre mentre si beve un caffè al bar, mentre ci si incontra nel fare la spesa o stando semplicemente gomito a gomito sotto un ombrellone.  

Mi piace la montagna perché è sincera, di una sincerità che non trovo tra le mura del mio paese, tra i suoi vicoli e la sua gente, tutti spinti a correre sulla “banda larga”, senza riuscire mai a dare i tempi giusti alle cose ed ai fatti, perché abbiamo perso qualcosa più importante dello “spread”, abbiamo perso il senso della condivisione. Tutti sulla “fibra ottica” mentre mangiamo, leggiamo, guidiamo, salutiamo un amico, mentre facciamo l’amore. Tutti sempre di corsa ad “alta velocità” e chi non ci riesce è “fuori moda”. Tutti di fretta per sfuggire a se stessi e nascondersi in questo progresso tecnologico che non fa altro che mostrare ancor meglio le più antiche paure dell’uomo: la malattia, la solitudine e la morte.
Lo so anche io sono dentro a questo sistema ma grazie alla montagna non ho paura di fermarmi a guardare questa Vita che scorre, ne ho paura di sentirmi superato da un Mondo che crede di diventare più grande ma in realtà è sempre più piccolo e sempre più vuoto.

Ho scelto la montagna come medicina a questa fretta, mi ha insegnato il segreto per arrivare alla cima. Cima intesa non solo come vetta di una montagna ma culmine per arrivare al “Senso della Vita”: andare piano, il passo costante, fermarsi quando se ne sente il bisogno, guardarsi attorno per osservare, chiacchierare raccontandosi la vita vissuta ed aspettando solo che sia notte per poter riposare.