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18 dicembre 2014

La mia terra



La mia terra, crinali e valli, un gioco di luci ed ombre che s’inseguono dall’alba al tramonto, dalla primavera a l’inverno. La mia terra fatta di impenetrabili foreste, di antichi sentieri, di tronchi secolari, boschi, pascoli e sperdute valli. La mia terra da vivere a piedi tra incolti cespugli di fiori, questo rifugio dentro una ferita aperta mentre lascio effimere tracce che scompaiono col primo alito di vento e si lavano con la pioggia.
La mia terra fatta di una saggezza che sta per morire, sono i segni dell’uomo che nei secoli ha lavorato in simbiosi con una natura fatta di cieli e colline, di alture ed intricatissimi boschi, di cupi valloni ed ampie radure. La mia terra non è solo neve, acqua, pietre, bosco e paesaggio, la mia terra è respiro e transumanza.
La mia terra è un canto di campanacci che si mescola al gorgoglìo di fresche sorgenti, raggi annegati degradano in un profilo di monti. Sento i passi che muovono le pietre e la polvere sul sentiero. Lo spettacolo che si apre ai miei occhi è di una bellezza sconvolgente che fa dimenticare i muscoli doloranti. Il fiato grosso è come una preghiera che sale pura dal cuore, da vivere nel proprio intimo, come amante sfinito tu sai, terra mia, che io t’appartengo e tu mi appartieni.
La mia terra mormora nei casolari ed ovili abbandonati, un canto si eleva dalle rovine nascoste e perse ormai nel buio della storia, forse in questo canto trovano una voce e se oggi la mia terra potesse parlare mi racconterebbe storie di sofferenze, privazioni, sudore e solitudine. La mia terra è un cammino dove non passa più nessuno, un sentiero destinato a scomparire.
                             
Continuo circondato da alture che osservano mute il mio incedere, in un susseguirsi di stati d’animo fatti di spazi e di intime suggestioni. Poi il vallone dove la luce calda filtrata dagli alberi crea un’atmosfera dolce e piacevole. Sento una musica, una danza. Qualcosa di mistico mi cattura. Guardo tra le pieghe dell’anima, come una spugna assorbo tutto nel Cuore. 
La mia terra mi conduce ad un ritorno, ad un ricominciarsi ed in questo mio arido presente fatto di superficialità, profitto e consumismo, nell’indifferenza di un’inqualificabile politica del territorio, quando posso torno a dare luce alla mia terra, a scoprirla e riscoprirla, in solitudine e nel silenzio ad amarla, la mia terra.

9 novembre 2013

Niente fretta… sul Monte Ciagola


Il Monte Ciagola è posto nella Calabria nord-occidentale tra i comuni di Aieta, Laino Borgo e Papasidero. Molto probabilmente deve il suo nome alla taccola, un corvide abbastanza comune in quest’area, che nel dialetto locale viene chiamato ciavula o ciagula. Il punto più alto è posto a 1.463 m.s.l.m. ed è denominato Cuppone.
Lungo le pendici del monte e sui versanti sono presenti molte costruzioni a secco, muri di cinta e piccole abitazioni che sono servite nei secoli come riparo alle mandrie degli animali ed ai pastori stessi che erano dediti all’allevamento delle pecore, delle capre e delle vacche.
Il Monte Ciagola viene definito la montagna dei trentasei comuni per l’ampio panorama che si gode dalla sua vetta e che spazia, nelle giornate serene, sul territorio appunto di trentasei comuni tra il versante nord occidentale della Calabria, con la sottostante Valle del Lao, al versante orientale dell’Orsomarso, fino alla foce del Fiume Noce ed i monti, a perdita d’occhio, della Basilicata meridionale nonché dalla parte settentrionale del Golfo di Policastro nel Parco Nazionale del Cilento fino a Capo Vaticano nelle estreme propaggini del versante tirrenico calabrese.
Affrontato dal versante settentrionale e quindi dal territorio di Laino Borgo non risulta particolarmente impegnativo. Lo è invece dal versante meridionale partendo da Papasidero dove per raggiungere la cima si impiegano quattro ore abbondanti di cammino, in un paesaggio brullo, a tratti lunare specie lungo la cresta, per coprire un notevole dislivello di 1.200 metri circa in 6 Km di cammino (solo andata) partendo nei pressi del campo sportivo.
E’ stata dura arrivare fin quassù con un allenamento non certo consono a quest’escursione, questi chili in più mi tengono ancorato alla terra, comunque c’è l'ho fatta a forza di volontà e costanza sono arrivato in cima con il fiato corto e le gambe piegate dalla stanchezza. Ne è valsa la pena, se non altro per la bellezza superba di un paesaggio ricolmo di montagne e colline a perdita d’occhio e l’aggiunta anche del mare. Che ricchezza! Paesini isolati che sembrano abbandonati da ogni forma umana e alcuni lo sono per davvero!
Mi sento stanco ed al tempo stesso così pieno dentro, così riempito fino all’orlo da ritrovare una grande forza e poi… tutte le arrabbiature, la fretta, le discussioni con mia moglie sulla casa, gli scontri con il mio capo, le preoccupazioni, tutto sparisce e si perde tra nervature di luce e profili che si affastellano lontano a perdita d’occhio. Che ricchezza!
Mi piace la montagna perché in montagna si può parlare. Parlare veramente, parlare di se stessi, delle proprie paure, della vita che passa e lascia segni sull'anima più che sulla pelle, dei sensi di colpa e del vuoto che lasciano per sempre le persone perdute. Perché la montagna sprigiona la verità degli esseri con una sincerità che non si apre mentre si beve un caffè al bar, mentre ci si incontra nel fare la spesa o stando semplicemente gomito a gomito sotto un ombrellone.  

Mi piace la montagna perché è sincera, di una sincerità che non trovo tra le mura del mio paese, tra i suoi vicoli e la sua gente, tutti spinti a correre sulla “banda larga”, senza riuscire mai a dare i tempi giusti alle cose ed ai fatti, perché abbiamo perso qualcosa più importante dello “spread”, abbiamo perso il senso della condivisione. Tutti sulla “fibra ottica” mentre mangiamo, leggiamo, guidiamo, salutiamo un amico, mentre facciamo l’amore. Tutti sempre di corsa ad “alta velocità” e chi non ci riesce è “fuori moda”. Tutti di fretta per sfuggire a se stessi e nascondersi in questo progresso tecnologico che non fa altro che mostrare ancor meglio le più antiche paure dell’uomo: la malattia, la solitudine e la morte.
Lo so anche io sono dentro a questo sistema ma grazie alla montagna non ho paura di fermarmi a guardare questa Vita che scorre, ne ho paura di sentirmi superato da un Mondo che crede di diventare più grande ma in realtà è sempre più piccolo e sempre più vuoto.

Ho scelto la montagna come medicina a questa fretta, mi ha insegnato il segreto per arrivare alla cima. Cima intesa non solo come vetta di una montagna ma culmine per arrivare al “Senso della Vita”: andare piano, il passo costante, fermarsi quando se ne sente il bisogno, guardarsi attorno per osservare, chiacchierare raccontandosi la vita vissuta ed aspettando solo che sia notte per poter riposare.