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30 dicembre 2015

All'ombra della montagna


È sempre bello ripercorrere sentieri in compagnia di chi, per lunghi anni, ha condiviso momenti indimenticabili, nutriti di quel particolare pane della nostra vita che è la montagna, pezzi di vita trascorsi insieme accompagnati da gioie, paure, coraggio, incomprensioni, ansie, dolori, sorrisi, crepuscoli, albe, ovvero emozioni. 
Non si dimenticano le amicizie nate e vissute all’ombra delle montagne. Lasciano il segno per tutta la vita nel bene e nel male. Una cosa in questi anni ho compreso che non bastano questi momenti a tenere uniti gli uomini che li hanno vissuti, perché l’animo umano muta, si spoglia come la pelle dei serpenti, mentre le montagne restano uguali a se stesse gli uomini cambiano. 
Col tempo, la corda che ci teneva uniti si è allungata. Ognuno ha seguito vie diverse dettate dall’intima indole che si porta dentro, da situazioni di vita a volte scelte, altre volte subite.
Tuttavia è bello rivedere che quella corda si accorcia, facendoci ritrovare a riacciuffare il filo di tante storie ed esperienze, rivisitate, adesso, con la limpidezza della maturità ma col tempo che inesorabilmente passa in fretta e fa sentire più pesante lo zaino degli anni. 
Nonostante questo tempo scivoli via addosso a ognuno di noi, continuiamo a ritrovarci seguendo la via della montagna, forse perché attraverso essa riusciamo a ritrovare l’entusiasmo per continuare a percorrere i non facili sentieri del quotidiano. 
Generosi ed umili, avari ed egoisti, vigliacchi e coraggiosi la montagna spoglia gli uomini e li rende per quelli che sono. Salire una montagna è una forma d’amore. Ci attende un incontro sulla cima e noi saliamo.
In giorni come questi ci si sente in simbiosi con gli altri, in perfetta armonia con se stessi e con gli elementi.
Sono momenti forti, tanto più belli perché "inutili", tanto più preziosi perché unici. Sforzi pesanti che però non si sentono, in un legame tessuto di fiducia e amicizia. Attimi immensi che si dilatano nel tempo e che restano per sempre. 
Procediamo fra terra e cielo immersi in un paesaggio meraviglioso, perché la montagna è terra, aria e cielo. È un modo per recuperare energia e ritrovare se stessi. Luogo e ragione di passione. E per chi ha deciso di restare, nonostante le difficoltà, è diventato anche un luogo dove inventarsi un lavoro, condividendo forti e intricati momenti di natura. 
Il tramonto immerge la montagna, dapprima, in una magica leggera luce dorata, poi sulle pareti sommitali un ultimo bagliore sanguigno, sempre più tenue, si lascia scomparire del tutto. 
Stiamo vivendo un momento magico, un momento fatto di silenzio ancora più profondo, dove ci rendiamo conto di come siamo piccoli di fronte a questa immensità selvaggia, grande, dura, magnifica.
È la montagna quel senso d’amicizia, il porto dello spirito, il silenzio infinito, il ristoro dell’anima.

26 dicembre 2015

Cuore di luce


Sensazioni nuove, intense. È come chiudere una porta alle spalle, quando varchi quell’ingresso di roccia. Da subito, pochi metri, e t’accorgi che stai lasciando un mondo fuori che senti non appartenerti più. Un qualcosa ti chiama dal buio e tu cerchi di porti in contatto. 
Così la luce baluginante insegue ombre irreali fra concrezioni ed anfratti, camini e cunicoli scavati dall’acqua milioni di anni fa. Non è un incubo, è un sogno, e quella fiammella amica ti invita a violare i segreti della terra, ma anche, e soprattutto, ti aiuta a percorrere l’anfratto più difficile da esplorare: il proprio animo. 
Così metro dopo metro il “Ramo del Fiume” ti rivela ogni piccolo segreto: spettacolari stalattiti e stalagmiti, lo stillicidio diafano dell’acqua, il silenzio supremo, l’oscurità assoluta, lo schietto contatto con le anguste pareti di una strettoia, e ancora, il casco, fedele amico di “testa”, la lampada calda, il traspirante bagnato, il caldo e il freddo, l’odore di adrenalina durante i traversi su pareti fangose e sotto, il vuoto buio di qualche interminabile frattura. Ma, soprattutto le sensazioni, le emozioni più profonde, nascoste nel proprio animo, trasformano e arricchiscono la nostra essenza di una nuova energia: la gioia di vivere. 
Ed ecco che finalmente credi di capire chi ti chiamava quaggiù. I maestosi sassi, illuminati dalla palpitante luce della fiammella, reggono la tua terra, le tue montagne. 
Più in là i sassi si abbracciano, creano una volta maestosa, il loro cielo. Lassù, aggrappate ad essa, tante infinite goccioline: in ognuna di loro riconosci le tue lacrime di gioie e di dolore, versate nella vita e senti una pioggia lontana, già ascoltata di tanto in tanto, ricordata ed ora riveduta nel ventre caldo della tua montagna.
E ti senti libero, completamente libero di infangarti, di cercare, di continuare a provare e portare i tuoi occhi a divertire, la tua mente a sorridere, il tuo cuore ad aprirsi all’impossibile, dove regna il fango e la fatica, dove tutto è immobile, ma dove scopri la terra muta sulla quale l’acqua è passata portandosi appresso il mistero più volte afferrato e poi rifuggito, inseguito per lunghe strade di roccia, come a vedere che venga raggiunto in fretta. 
Arriva il momento di uscire. All’aperto qualcosa di nuovo pulsa nel mio petto. Alzo lo sguardo al cielo. Sto bene, sono felice!
Il nostro ricordo oggi è andato al caro Alessandro, partito troppo presto per l’ultima grotta. Il tuo ricordo è sempre con noi ed oggi sappiamo di aver scorto accanto a noi la tua ombra nelle luci delle acetileni. 
Alzo lo sguardo al cielo, chissà forse sei da qualche parte sbirciante dalle nuvole che attento ricerchi qualche anfratto in quella luce di perenne serenità.
Una lacrima, una pacca sulla spalla, un sorriso, uno sguardo. Alzo di nuovo gli occhi al cielo. Sono felice, di così poco. Sono felice!
Ciao Cobra.

4 settembre 2014

La porta delle stelle


Mentre parto i miei figli mi salutano dal balcone con le braccia alzate, un ciao urlato, un altro ed un altro ancora fino a che sparisco dalla loro visuale. Con loro mi porto dentro anche lo sguardo smarrito di mia moglie, perplessa dal peso impossibile che porterò sulle spalle e da questa mia passione a cui lei non riesce a dare un motivo o forse sa del mio groviglio di sofferenza e bellezza, della fiamma intima che accompagna il mio andare per monti. Forse i suoi grandi occhi lucidi che mi scrutano dal balcone sanno che quando non sarà più possibile per me vivere gli attimi vivificanti, insieme alle mie amate montagne, mi spegnerò per sempre in un ultimo abbraccio insieme alla mia passione.
Ancora non so che lo sguardo di mia moglie e le manine dei miei figli, nell’aria come farfalle, mi accompagneranno per tutto il tempo di questo trekking, loro nemmeno sanno che li porterò con me, oltre la porta delle stelle.
Ci organizziamo con gli zaini, gli ultimi accorgimenti, i pesi ben distribuiti per non rischiare di perdere l’attrezzatura lungo il sentiero. Domenico non è mai stato in questi luoghi, nemmeno lui sa che stanotte varcherà la porta delle stelle. Procediamo con la Vita nel Cuore, lenti ma costanti, ci prendiamo tutto il tempo che ci serve perché la montagna è prima di tutto dimensione spirituale, viaggio intimo nell’esistenza.
Sento il peso dello zaino che scarica sul mio corpo e fluisce direttamente nelle suole, il terreno non sempre diventa amico ed accogliente. Gli altri escursionisti scendono dalla montagna, noi saliamo.
Ci fermiamo a riprendere fiato nella Radura di Rummo. Domenico è una bella persona, entriamo subito in sintonia e poi noto che ha seguito alla lettera i miei consigli su come organizzarsi. Domenico è un ottimo fotografo, lui e la macchina fotografica è come se si parlassero, si dicessero qualcosa, sempre pronti ad inseguire l’attimo da fissare.
Risaliamo le colline del Piano di Toscano, poi la Piana del Pollino mentre la Serretta della Porticella, nostro punto di “approdo”, appare in lontananza verdeggiante come resti di una grossa cresta di un rettile preistorico.
Mentre preparo la tenda un senso di incredibile calma e tranquillità interiore mi avvolge. Vorrei che durasse all’infinito perché ciò che provo sono emozioni che sconfinano nel sogno.
Domenico non sa dove volgere l’obbiettivo, tanta è la meraviglia e l’emozione nel trovarsi in questo luogo, tanta è la mescolanza di forme, colori, paesaggi e scorci sempre nuovi.
Un pasto frugale accompagnato da un aspro bicchiere di vino quanto basta per scandagliare il mistero che regge l’essere, poi la sera cala velocemente stupendoci per i colori del tramonto che lasciano senza fiato. La luce radente e calda illumina aloni suggestivi all’orizzonte, le ombre cesellano linee finissime, intense.
Siamo immersi in un silenzio primordiale e primordiale è il profumo di questa notte. Notte stravolgente di stelle. Voci lontane. L’oscurità in cui siamo immersi è come se tenesse il corpo a galla come l’acqua del mare.

Su questa cresta che cade a picco verso la nera faggeta sottostante è facile perdersi in se stessi. Non mi sento un corpo estraneo, anzi, in me qualcosa di ancestrale, atavico, mi spinge ad uscire fuori dall’uscio della mia anima, a spingermi oltre e darmi fiducia che dopo tutto, messi da parte i problemi quotidiani, so che in qualche piccola parte dell’universo c’è posto anche per la mia pace.

Mi emoziono a pensare ai miei figli ed allo sguardo di mia moglie, come vorrei che fossero qui a vivere di questo spettacolo unico ed immenso, di queste sensazioni difficili da spiegare perché circoscritte dalla limitatezza delle parole. Difficile descrivere tutto questo anche attraverso l’immagine ferma di una foto, nonostante l’eccellente bravura di Domenico.
E’ uno stordimento, un accordo, uno smarrimento questo contatto muto fatto di echi nel silenzio. Parliamo dei nostri sogni, delle nostre speranze, delle nostre vite. Poi penso anche a mia madre e mio padre, a questo dono immenso della Vita e mi commuovo.
E’ tardi quando decidiamo di andare a riposare. Lasciamo che il cielo si inabissi nell’eternità e ci abbandoniamo al sonno cullati dal suono dei campanacci e non prima che i pensieri ruotino a cose che qui non ci sono.

18 maggio 2014

Anima di paese


Di notte Morano è una galassia di luci, ora vive ora smorte, una galassia lontana dove è facile perdersi e non fare ritorno.
Morano di notte è un insieme di polveri e stelle, pianeti ed ammassi stellari, c’è un legame quasi “gravitazionale” che lega le pietre ai muri, i gradini alla parietaria, le finestre buie alle luci spente, i lucchetti ai buchi delle porte, le case fatte ai figli che non tornano più, la cura alla malattia che diventa un’altra malattia, la luce tra i muri incrostati dal tempo che diventa preghiera silenziosa da recitare con misurata calma tra l’ombra e il chiarore, le finestre senza vetro ed i fili vuoti dei panni, l’emigrazione e i nidi fracassati delle rondini, la casa del morto ed il bottone foderato di nero che non mette più nessuno, l’andare a messa senza crederci per parlare male di chi fa qualcosa di buono, l’innocenza di un fiore che nasce nella roccia e l’odore della muffa, i portoni chiusi e le tabelle “VENDESI”.
C’è un silenzio strano tra i vicoli di questo freddo maggio inoltrato, più che un silenzio sembra un vuoto quasi da esserne stordito. L’odore dei camini accesi si confonde con il grigiore dei calcinacci e delle antiche pietre, i fumi come enormi ragnatele lambiscono e sfiorano i muri come se le case cercassero conforto più nel tepore del fuoco che in quello degli uomini.
Morano è un paese di gente che vive fianco a fianco ma è sempre più lontana, persa ognuna nella propria galassia quotidiana, tutti alla velocità della luce ad inseguire niente e nessuno, mentre di notte la terra impercettibilmente frana per poi di giorno venire giù all’improvviso.
Morano di notte è un limbo dove vagare in cerca di un Amore, io condannato alla notte, lei al giorno, condannati a vagare senza incontrarci mai.
Mentre salgo verso la cima del paese un’aria fredda gela la mia pelle leggermente sudata. A Morano ci sono posti dove non filtra più la luce e vive chi non ha più la forza di rialzarsi e di confidare nell’altro, sono i buchi neri della fragilità e della disperazione. C’è disagio e solitudine, ci sono legami lacerati ma io questa sera vedo anche tanta Bellezza e mi invento batticuori, da qui dovremmo ripartire senza vittimismo, senza accidia.
A Morano, di notte, ti fanno compagnia le antenne paraboliche, ho imparato a contare le case abitate grazie alla presenza di questi coperchi tesi al cielo che imbrattano orrendamente l’architettonico solenne insieme del mio borgo, alcune stanno ammucchiate le une sulle altre come a formare delle grandi orecchie alle case.
Al Castello finestre aperte accolgono silenzi ed anime leggere, questa sera il mio paese è una prigione da cui posso evadere. Da questa torre, in una solitudine austera e senza tempo, come ultimo guardiano di questo maniero, osservo la parte nuova che si allunga verso orizzonti frastagliati come dita minacciose. Chissà come doveva essere un tempo senza tutte queste luci, forse il silenzio era interrotto dal verso di qualche animale che condivideva con l’uomo gli stessi spazi oppure erano gli attrezzi di chi lavorava nella bottega fino a tarda ora a spezzare la quiete della notte.
Appollaiato su questa torre non ho paura di questo silenzio, mi fa più paura il silenzio degli altri. Un silenzio che i tempi andati non conoscevano perché ogni occasione era buona per farsi compagnia con le parole.
Forse la colpa è anche mia che non riesco a cambiare questo paese. L’esito della battaglia è ormai deciso ma non voglio arrendermi per quanto ogni sforzo possa sembrare vano, anche perché cambiare residenza non mi metterebbe al riparo dal dolore della Vita.
E’ notte inoltrata quando termino la mia preghiera su questo grande ossario.
Forse mi sbaglio. Forse Morano non è una galassia, è una costellazione. Una costellazione di gente legate tra loro da diverse distanze, Morano non è più figlia della storia ma della cabina elettorale dove le miserie pubbliche si intrecciano con le ricchezze private.