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27 dicembre 2016

L’Amore continuerà…



Il vento ulula ed io in questo tempio cammino in punta di piedi, come un corpo estraneo che non vuole disturbare questa forza e questo splendore. Il Pollino mi svela sempre nuovi percorsi, sempre nuovi paesaggi.
Ad ogni passo apro sentieri e scopro cuori, sono in simbiosi con la Natura ma soprattutto sono un ospite di passaggio. Momenti magici di comunione tra la Natura e l’intima spiritualità. Dopo la Grande Porta del Pollino, le mie impronte sono l’unico segno di passaggio. Il richiamo di un corvo imperiale lacera il silenzio di questa distesa ghiacciata. 
Un vento crudo si fa sempre più teso e accompagna il mio sguardo nello spazio diventato trasparente.
Sulla Serretta della Porticella mi siedo accanto ad un misterioso Patriarca, contorto e secolare. Mi guardo attorno, sono colpito dalla forza e dall’energia che si sprigionano intorno a me. Sono lontano dal resto dell’umanità, solo con me stesso, carico di adrenalina. L’aria, il cielo e il vento gelido mi bruciano il viso fino a screpolarlo.
La vita continua anche senza di me e questi momenti di grande solitudine cercata e non subita mi danno l’esatta condizione che l’Amore continua e continuerà, anche dopo il mio tempo. 
Mi servo del mio corpo, della mia forza e del mio coraggio e a questo punto sono ben dentro la Natura incontaminata ed è splendido. Imparo a liberarmi dall’ansia, ad avere fiducia nella Vita. Intorno a me tutto sembra vivo anche se immobile. Questa ricerca dell’inesprimibile è una delle mie grandi avventure che mi sono rimaste.
E’ il momento di tornare, ma io sono contento di aver potuto camminare, salire con il mio corpo su questa distesa alla ricerca ed alla scoperta della luce e dell’Anima.
Il sole piano piano si abbassa disegnando contorni con nitidezza affilata. Cerco il mio centro dove tutto si ferma, dove tutto diventa pace, silenzio e luce. Scopro possibilità sconosciute affidandomi alle mie sensazioni più profonde.
Oggi ho apprezzato la bellezza della neve sulle vette, l’Amore di una donna meravigliosa e quella dei miei figli. Oggi ho concimato l’anima di silenzio, di luce, di fragilità e dolcezza. Oggi, senza furbizie, mi sono perso e ritrovato. Ho ritrovato la solitudine, l’armonia, l’equilibrio. Oggi ho trovato il poco in ogni cosa e questo poco mi ha festeggiato di luce. Questi sono i tesori che oggi porto con me. Sono l’uomo più ricco del mondo.
Oggi il tempo si è cristallizzato in un unico istante di eternità. Tra sogni e pensieri, ne sono convinto, l’Amore continuerà… a rincorrersi, giocare ed amarsi.

20 marzo 2016

Cattedrale di luce


Il silenzio è rotto dal ritmico cric-crac delle racchette sulla neve, ogni sforzo brucia l’energia necessaria per ritrovare il mondo perduto a cui aneliamo. 
Dopo il bosco il mondo a cui aspiriamo ci appare con chiarezza: un paesaggio severo e desolato eppure così splendido. Affascinato da questa immensità austera sono preso dalla frenesia di salire ma al tempo stesso non riesco a staccare lo sguardo per riprendere la salita. 
La neve un mantello bianco, fatato. Intorno alberi sepolti da un misto di neve e galaverna. Sembrano sculture che ricordano elfi, mostri ed animali ibernati. 
Un angolo idilliaco fatto di aria immobile e di silenzio rotto a tratti dal rumore della neve che cade dai rami dei loricati. Sto in silenzio con il timore di sciogliere un incantesimo. Questa pace profonda induce a pensare. Mi siedo sulla neve incantato ed ammaliato come se qualcosa o qualcuno mi richiamasse per dare spazio all’infinito, per riempire i miei pensieri e per sentire tutta la bellezza e la meraviglia dell’esistenza. 
Credo sempre di conoscermi, di conoscere me stesso ed il mio corpo. Crediamo di essere capaci di trattenere le emozioni, di essere saldi interiormente. In realtà bastano momenti e scenari di ancestrale bellezza per farmi capire che non conosco abbastanza me stesso e il mio corpo, noi stessi e queste montagne, quelle del Pollino. 
Stordito dalla luce, nell’ardore dell’ascesa col viso bruciato dal sole e dall’altezza continuo a vagare in questo groviglio di gioia e bellezza che compone questa giornata in montagna. 
Amo queste montagne per i suoi paesaggi solenni, per le lotte ingaggiate con le sue vette, per le emozioni ed i ricordi che ogni volta mi regalano, per quel senso di libertà e di gioia di vivere che solo sul Pollino riesco a trovare. 
In questa cattedrale di luce non siamo che ospiti di passaggio, fragili di fronte alla grandezza e l’austerità di questo scenario. Questa è terra di nessuno ed io non sono che un forestiero nella casa del mondo dove mescolo i miei momenti all’eternità delle montagne.

5 gennaio 2016

La seduzione della cima


Salgo lungo il pendio e mi sento in pace con la vita, il fisico a pezzi, ma la mente lucida, la fatica si combatte solo con la volontà, l’istinto mi guida con sicurezza.
Ad ogni passo avverto l’immensa gioia di scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa che aumenta sempre più dentro me.
Non sono solo, ci sono gli spiriti dell’aria, loro sanno cosa mi attenderà oltre… un soffio di vento, l’orlo, il cielo sconfinato, eccola la cima!
La vetta libera, come la carezza di un sogno e la fine di un tormento. Lo sforzo è titanico, una manciata di minuti che sembrano essere un’eternità. Domenico è distrutto nel fisico, ma non nell’anima: sarà una lezione che non scorderà più. 
Salire il Dolcedorme è sempre un’esperienza meravigliosa, unica. Si sale in compagnia del vento, della fatica e del silenzio infinito. E’ un’ascensione che richiede molta forza di volontà, è una salita che dà sempre qualche insegnamento. 
La giornata è cominciata nel migliore dei modi: cielo terso, aria cristallina, condizioni ottimali per lo scatto di qualche ottima foto. 
Il “patriarca” e i pini loricati della Serra del Pollinello sembrano grosse lance contorte conficcate nel terreno sassoso. Nel cielo di un azzurro profondissimo paiono vibrare possenti e più li guardo, più mi aggrediscono la mente come un’ipnosi benevola che non mi vuole lasciare. 
Il sole piano piano si alza nel cielo, il caldo si fa pressante lungo questo versante, tutto intorno è luce e noi semi da germogliare.
Al Passo del Malevento troviamo la prima neve crostosa. A tratti il piede affonda, poi d’improvviso la neve si fa dura ma abbastanza fragile per fare breccia col peso del corpo e proseguire sicuri. Domenico è stanco quando ci affacciamo dalla cresta della Timpa di Valle Piana, il sole è ormai alto nel cielo, intorno a noi il silenzio si è fatto ancora più profondo. Ci sediamo per riposarci un po’. Questo posto pare il regno dello spirito, il luogo dell’essenza. Questo è uno di quei momenti in cui sento forte il senso di tutto quello che faccio. La mia è una bella occupazione. Difficile certo, pregna di grandi responsabilità. È un’attività che mi riconduce al mio istinto, alle mie primordiali paure! 
È difficile riprendere la marcia da questo luogo. Quando scolliniamo il Dolcedorme sembra una scala verso il cielo, spolverata di neve e di ghiaccio.
Domenico vuole continuare, cerco di distoglierlo. Guardo l’orologio: arriveremo tardi sulla cima! Ci toccherà restare poco. Calcolo il tempo della discesa dalla parte più alta della montagna, sufficiente per scendere prima del calare del sole. Temo il ghiaccio!
Domenico è stremato, lo “trascino” psicologicamente incitandolo a non mollare, manca poco alla vetta. Il mio compagno tiene duro, impavido!
Sulla cresta sommitale appare la cima, passo dopo passo, gli ultimi metri e poi eccoci insieme sul punto oltre il quale non si può più salire. Per Domenico è un sogno lunghissimo che si concretizza, è sfinito ma contento.
A me pervade una grande gioia, la natura è madre accogliente, mi avvolge, mi abbraccia. Linee, forme e colori si intersecano, si incrociano. Lasciano tracce nel mio animo, nella mia vita. Firmiamo il libro di vetta e poi brindiamo!
A Domenico non do nemmeno il momento di finire il panino, dobbiamo scendere, il tempo a nostra disposizione sta per scadere! Temo di rimanere intrappolato dal ghiaccio, allo scoperto, troppo in alto e distante dal luogo di partenza. 
A scendere saremo ancora lenti, intuisco che Domenico sta per finire la “benzina”! Piano piano riguadagniamo la via del ritorno. Scendiamo questa volta verso il Canale del Malevento.
Il sole invernale, basso all’orizzonte, disegna i contorni delle montagne con nitidezza affilata. La neve avvolge ogni cosa in un morbido silenzio. Questa è davvero terra di nessuno, noi non siamo altro che ospiti di passaggio.
Mentre avanziamo, percorrendo il Piano di Pollino e affondando il passo nella neve nell’algido panorama, ci ritroviamo in uno scenario fuori del tempo. Immersi nell’immobile silenzio della montagna. Solo il frusciare della neve che calpestiamo si oppone alla pace totale. 
Sono stordito dall’emozione e dalla profonda quiete che avvolge la montagna nell’ora del tramonto. Mi guardo attorno e vedo un mondo apparentemente vuoto e spento, che respinge l’uomo e la vita. Ogni cosa, stranamente, appare come sospesa. La roccia, il ghiaccio, la neve, la stessa montagna, tutto è lì in equilibrio tra realtà e immaginazione. Questa è davvero terra di nessuno, noi non siamo che ospiti di passaggio.
Credo che l’inverno sia la stagione dove sicuramente la montagna è inesorabilmente crudele, dura, poiché ogni momento viene vissuto su un sincero rapporto tra la forza dell’uomo e le regole della natura.  
La discesa verso la Radura di Rummo la facciamo quasi tutta all’interno del bosco dove la neve è meno ghiacciata.
Dopo la Radura, percorse poche decine di metri, il manto diventa di un vetrato impercorribile. Cerco di farmi breccia ricavando dei solchi con la piccozza, ma è inutile, provoco solo scintille, il ghiaccio è troppo duro. Anche il bosco dal lato sinistro è ghiacciato, mentre a destra c’è il burrone! Siamo in trappola! Trenta metri ci separano dalla salvezza! 
Buio e timore si fanno sempre più densi, mentre Domenico comincia ad essere preda dell’oppio dello sfinimento. Le nostre voci si perdono ormai nell’oscurità. Intorno solo l’abbraccio dei monti.
Non ci resta che scivolare seduti sul ghiaccio, all’inizio è drammatico, poi diventa anche divertente. È questa a tutti gli effetti l’arte dell’avventura: la capacità di tornare sapendo trovare la via per arrivare alla meta evitando non i rischi ma le situazioni insuperabili.
Le luci delle lampade frontali si muovono inquiete nell’oscurità assoluta. Illuminano grosse lingue di ghiaccio che come ragnatele sul Piano di Vacquarro cercano di sbarrarci la strada prima dell’ultimo tratto nel bosco. Non c’è luna. Il freddo è pungente ma dentro di noi la fiamma è ardentemente accesa. Le stelle brillano come non le ho viste mai, in un cielo infinito. Quante stelle! Dio forse è davvero vicino!
Siamo completamente immersi nell’infinito e nello splendore di queste montagne. Il mio pensiero trova la sua più grande libertà.
Domenico dice che questa escursione rimarrà “agli atti”! Che Dio lo benedica.
Per me questo episodio andrà a far parte di molti altri che conserverò nello zaino ed all’occorrenza servirmene un giorno per continuare a non superare mai i propri limiti ed al tempo stesso conquistare sempre un gradino in più della propria esperienza.

6 dicembre 2015

No climate changes



L’aria è frizzante, respiro il profumo della neve caduta da poco. L’aria è per l’uomo la più preziosa risorsa. Riusciamo a sopravvivere per settimane o anche per mesi senza cibo e per giorni senz’acqua, ma anche pochi minuti senz’aria possono mettere a repentaglio la nostra vita. Dal Piano Alto di Vacquarro l’atmosfera diventa ancora più ovattata. Sto partecipando alla “Marcia Globale per il Clima” come Guida Ufficiale del Parco Nazionale del Pollino, insieme ai volontari del Soccorso Alpino e a molti attivisti ed associazioni, tra cui il Gruppo Speleo del Pollino di Morano Calabro di cui faccio parte. Siamo diretti verso la cima del Monte Pollino, tutti legati da una corda invisibile, filamento di uno stesso tessuto forte e resistente. 
Quello del 29 novembre è stato uno dei 2300 eventi organizzati in 175 Paesi in occasione del Vertice ONU sul Clima di Parigi, in quella che è stata la più grande manifestazione per il Clima della storia. Il 29 novembre il mondo non ha avuto confini!
Immersi nell’immobile silenzio della montagna, solo il frusciare della neve che calpestiamo si oppone al silenzio totale. L'inverno in montagna porta dentro il senso dell'attesa. Nel regno della luce e della gioia tutto può accadere liberando la possibilità di sognare. 
Mentre saliamo la natura fa sentire forte il suo respiro, perle di ghiaccio, il soffio di cristalli che volano al vento dalla cresta. Dentro di noi il sangue affluisce al cuore in un pullulare di vita intensa, di attimi infiniti.
Sulla cima i nostri pensieri nel vento. Celebriamo la Terra e la sua fragile bellezza. Il nostro pianeta è una preziosa “casa” per tutti noi mortali. Abbiamo solo questo pianeta su cui vivere e bisogna averne cura di questo unico sistema in grado di mantenere la vita. 
Chi contempla la bellezza della Terra trova riserve di energie che dureranno finché vive. C’è una bellezza simbolica nelle luci dense e penetranti del cielo, nella nebbia che filtra una luce dolorosamente abbagliante, nel bocciolo chiuso pronto ad aprirsi, nell’intreccio misterioso di tutto l’amore. C’è qualcosa di infinitamente confortante nei ricorsi naturali: la sicurezza che l’alba seguirà alla notte e la primavera all’inverno. Un sacro mistero si manifesta nel mondo naturale. 
Quello di oggi è un sogno possibile, ancor più se intrecciato da emozioni profonde, con la montagna nel cuore. Anche la trasformazione della nostra società coinvolge il cuore e l’anima oltre che la ragione degli esseri umani. 
E’ tempo di riscrivere anche quei libri dove Dio dice all’uomo e alla donna: “Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sopra la terra”. Il racconto della Genesi nel Nuovo Testamento forse ha trasmesso all’uomo occidentale un atteggiamento di dominazione nei confronti del Creato, contribuendo a formare la convinzione che la Terra sia a disposizione dell’uomo, come una rendita più che un capitale da amministrare saggiamente. 
Mentre scendiamo le nubi ribollono come in una caldera. Portiamo questo tempo dentro di noi, ultimi romantici che sospirano per la bellezza delle stagioni che cambiano. Il volto della Terra è simile al volto di un essere umano. Non dimentichiamo che siamo esseri di passaggio, viaggiatori su questo pianeta, dove nulla ci appartiene, perché abbiamo più bisogno noi della Natura che la Natura di noi. 
Il giorno muore in una grande pace, sul pianoro di Colle Gaudolino ascoltiamo il battito della Terra. E’ un battito antico, il suono è quello di un mondo che non aveva ancora questa forma.
Il giorno muore in una grande pace nell’infinito: “con tutti gli esseri e con tutte le cose noi saremo fratelli”.