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30 gennaio 2016

Prima che venga la neve

(seconda ed ultima parte)

Ci sono persone che fanno i conti col proprio paese solo dopo averlo lasciato. Se lo portano addosso, nelle tasche, nelle scarpe. Diventa una trave sulla pancia, una gamba rotta, una vecchiaia precoce. Abbandonare il proprio paese non è mai una liberazione, dopo la vita si sbilancia, si riga come il segno del gesso lasciato su una lavagna.
Per parlare di un paese bisogna starci dentro, ammalarsi di residenza ed al tempo stesso sentirsi forestiero. 
Continuo il mio viaggio tra questi vicoli sgangherati, i panni stesi ad alcuni fili, nel semibuio, sembrano spettri di chi ha abitato questi luoghi. 
A tratti mi sembra di ricercare un altro paese, altre volte e come se stessi scappando per cercare rifugio nella desolazione o nella beatitudine. Mi muovo lentamente come una fragile e delicata ragnatela al vento leggero della sera, in me si appiccica di tutto, anche la neve che comincia a cadere.
Vago a vuoto, seguendo il cuore che mi spinge senza una meta. 
I miei passi, sempre più attutiti dalla neve, rimbombano in un silenzio assoluto. Non nevica più come una volta, sono anni ormai. Questo è comunque un bene per le molte case abbandonate che non reggerebbero il peso della coltre bianca. 
Dove un tempo c’erano tanti suoni, rumori, odori e tintinnii adesso c’è solo silenzio. Il paese prima cantava adesso mormora ed in alcuni vicinati ha smesso addirittura di respirare. E pensare che un tempo c’erano più abitanti che costruito. Solo la luce dei lampioni mi dà l’idea positiva che il giorno attenderà ancora qualcuno. Peccato che la mia è solo una buona intenzione, niente più di un pensiero. 

Morano fa parte del “Club dei borghi più belli d’Italia”, fino a pochi anni fa era l’unico del circondario. Oggi ne fanno parte pure Civita e Viggianello. In questi anni gli altri sono andati avanti, Morano si è fermato. Eppure se hai una macchina fotografica non puoi fare almeno di fermarti e scattare l’unicità del suo agglomerato urbano. Ma è proprio questo rituale fotografico che riproduce ogni volta l’incompiuta turistica moranese. E pensare che fra la grande ricchezza artistica Morano vanta un’opera di 540 anni (dicasi cinquecentoquaranta) ma la teniamo rinchiusa all’interno di una sacrestia a sua volta chiusa in una chiesa a sua volta chiusa al pubblico. Una scatola “cine(morane)se” che nasconde la schizofrenia e il vaneggiamento di una politica miope che misura le presenze turistiche con i coperti delle pizzerie. 
E’ incredibile che Morano stia scomparendo lentamente avviandosi all’estinzione, col mare vicino a trenta chilometri e le montagne del Pollino che le fanno da cornice! Disapprovo questa situazione e in un certo senso queste mie visioni sono anche una forma di ribellione che alcuni non tollerano perché chi le scrive non è rimasto nel recinto. Ci vorrebbe più una rivoluzione corale delle coscienze. Ma da chi dovrebbe venire questa rivoluzione? Chi ne parla del proprio paese? Chi se ne interessa? Alcuni se ne accorgono solo durante le elezioni. C’è gente che ormai non ne parla più rassegnata. La rassegnazione genera apatia, l’apatia genera inerzia, l’inerzia genera indifferenza. L’indifferenza è diventata ormai una fuga di gas che ci sta uccidendo in silenzio. 
Per terra si è già accumulato un filo di neve. I rami di una vite sembrano ferri contorti di un grande ombrello senza telo. Sono tutto coperto da una finissima coltre bianca che si scoglie addosso producendo vorticosi fumi di vapore che si dileguano nell’aria immobile della notte. Sono sereno.
Mi infilo in un vicolo tumefatto dal buio, sembra un guscio vuoto dove avverto un calore residuo che sa di miseria e di gente che l’abitava, anime leggere andate per sempre. 
Queste case smembrate non lo sanno che Morano è uno dei borghi più belli d’Italia, queste finestre cieche e vicoli che gemono al niente non lo sanno. Loro non portano nessun rancore, non sono vinti da nessuna apatia, vivono circondati da fili d’aria, vogliono solo che nessuno se ne scordi, che qualcuno torni a sostare all’ombra delle loro antiche mura, chiedendo alla politica un po’ di coraggio. 
I comignoli coperti di neve non fumano, queste case avvolte nel bianco sembrano nidi silenziosi, rifugi nascosti di spiriti. A lenire la tristezza sbuca una casa tenuta bene e poi una luce che filtra da una finestra come un faro nella tempesta. Poi un mucchio di auto parcheggiate ma di gente nessuna. Figuriamoci, in questo paese la poca gente sta chiusa dentro anche d’estate! Ognuno all’interno del suo rifugio antiatomico e chissà se un giorno ci sarà una voce a spingere la gente ad aprire di nuovo queste porte, se un nuovo banditore verrà ad annunciare come tornare a raccogliersi per pensare insieme, ad avere più coraggio per rischiare qualcosa fino in fondo e a cosa potremmo diventare senza preoccuparsi del giudizio altrui. 
D’un tratto vedo un’ombra che lentamente si muove dentro un grande scialle, i gradini che mi separano da lei non sono percorsi da nessuna orma, la neve depositata è intatta. Quando la incrocio, l’ombra mi ferma: “Figghjcè”, chiedendomi di aiutarla a prendere della legna depositata all’interno di un vecchio pollaio. Non è la prima volta durante i miei giri che mi capita di spostare legna. Mi è capitato di spostare cassette di uva, di pomodoro, persino un motocarro! 
La casa dell’anziana è l’unica rimasta abitata lungo questa strada. L’ultima guardiana di questo vicinato vuoto e silenzioso. La vecchia, sottile e rinsecchita, sembra davvero l’ombra di se stessa. Prendo quattro grossi pezzi di leccio e li deposito, dopo pochi metri, sul ciglio dell’uscio della casa. Dalla porta socchiusa proviene odore di polenta e intravedo due piccoli lumini su una credenza, paiono due occhi di gufo nella stanza appena illuminata. Chiedo se vuole che prenda altri ciocchi in modo che se li trovi per i giorni avvenire. La vegliarda mi risponde di no con un cenno di mano, ringraziandomi con un filo di voce. Quando si gira scorgo i suoi occhi acquosi e la pelle bianca in parte fatta da lisce rughe nascoste dal fazzoletto sotto lo scialle, la luce del lampione la fa diventare bella come la luna, poi la porta si chiude davanti a me con un acuto cigolio. 
Servirebbero degli incentivi per il centro storico, degli sgravi per rendere appetibile il ritorno delle persone e delle famiglie all’interno del vecchio borgo. Tuttavia è ormai impensabile che si possa vivere in case di sessanta metri quadri distribuiti su tre piani, un domani si avrebbero problemi pure a far uscire la bara dalla camera da letto. Inoltre se si considera che a un certo punto il paese diventa un muro di gradini ci vuole una grande e testarda fedeltà a starci dentro. 
Oggi sono i servizi e le infrastrutture che dovrebbero essere potenziati e laddove inesistenti creati. Viviamo in un posto che non si amplia e l’unica cosa che si estende è il cimitero.
Non ci sono risorse, quelle delle amministrazioni languono. Eppure la politica dovrebbe servire ad aiutare le persone, altrimenti non serve a niente. Questa politica bacchettona che taglia sempre gli sprechi degli altri e mai i suoi. Questa politica menzognera dove uno brucia l’altro con il mozzicone della cattiveria. Questa politica locale fatta di giovani con la mentalità dei vecchi per cui è meglio far politica con lo stipendio in tasca che farla come disoccupato. 
Forse un giorno questo borgo sarà la nostra salvezza o la nostra dannazione, il futuro sta nell’intreccio di azioni personali e civili, nell’intreccio della politica e della cultura, del sogno e dell’utopia.
Morano tra cinquant’anni sarà ancora più “bello”, avrà la bandiera bianca come capitale dell’emigrazione ed ogni muro di questi vicoli farà da cornice a tanti musei dei vinti e degli arresi. Saranno i musei dell’aria del ventiduesimo secolo quando non avremmo più bisogno di uscire dalle case e di aprire tutte queste porte adesso chiuse. Io sarò morto da partigiano di questo territorio. Un partigiano che forse avrà resistito all’inquietudine e all’indifferenza anche della politica, chi lo sa. Sarò morto stando sul bordo del precipizio, tra soglie invisibili e attimi di bene. 
Tra cinquant’anni altri torneranno a calpestare altre macerie perché “Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

18 gennaio 2016

Prima che venga la neve

(prima parte)
I miei passi rimbombano all’interno di alcuni vicoli, l’odore del fumo dei pochi comignoli accesi me lo porto nei vestiti, nei capelli, nelle mani. Ma più di tutto, quest’odore, lo porto dentro l’anima. E’ un odore di morte, una morte che in silenzio e senza accorgercene si sta portando lentamente via il mio paese, uno dei borghi più belli d’Italia. A volte mi sembra di vagare già in mezzo alle macerie, poi mi accorgo che sono le macerie dell’indifferenza quelle che calpesto. 
In altri luoghi creano le colline artificiali per rendere il paesaggio visivamente più accogliente e per tornare a vivere immersi nella natura. Nel territorio di Morano si fa il contrario, abbiamo le colline naturali ma le sbanchiamo. Dopo l’emigrazione oggi ad essere in fuga è anche il paesaggio, quel paesaggio che un tempo era habitat e rifugio, sostegno economico ed anche esistenziale. 
Finestre e porte sembrano ormai occhi ciechi e voci spente. Il paese non si aspetta nessun visitatore. Sono io che ho il pallino di raccontare questo abbandono dell’antico, di cui sono disertore rimasto prigioniero di questi muri e pollai che adesso fanno da dispensa ai fustini del detersivo. 
Colgo segni sui muri, vicino alle porte. Date, cognomi, scritte. Mi sento piccolo, insignificante davanti al lento inesorabile scorrere del tempo. Oggi non sono propenso a prendere appunti. Mi piace restare affacciato e godermi queste case a cascata che paiono esserci sempre state su questo colle, non disturbano affatto il paesaggio, anzi, sono un tutt’uno con il cielo e le montagne. Penso a come sia stato modellato questo grumo urbanistico di case, ancora è possibile scorgere i segni delle abitazioni buttate giù per essere attraversate dalle strade, delle diverse case incorporate insieme ad altre. Scorci di moderno ed antico si scontrano in una commistione di linguaggi, di storie, usi sociali e sistemi abitativi antropometricamente diversi.
A volte mi chiedo se Morano sia maschio o femmina. Una femmina che va corteggiata, oppure un maschio che mi scaccia come se avessi invaso il suo territorio. Certo che Morano è ancora un paese di emigranti. Emigranti silenziosi, non hanno più la valigia di cartone ma continuano ad avere la faccia cupa nera di chi sa che partendo lascia qui affetti ed amori. Di loro non parla più nessuno, loro non si schiantano sulle scogliere, non partono con i gommoni. Questo paese piano piano si desertifica nell’identità ma noi abbiamo perso la memoria e questo basta a far stare tutti tranquilli come in un grande villaggio malato di amnesia.
Bisognerebbe tirare fuori la storia di questi vicoli, di questi gradini e muri sgangherati. Mentre cammino tra fili e lampioni messi nel modo più disparato mi imbatto in un insegna di chissà quanti anni a cui non avevo mai fatto caso “GENERI ALIMENTARI” e poi sotto a malapena si legge “DIVERSI”. Quest’insegna è l’unica cosa messa al posto giusto. 
A dispetto di altri paesi del territorio che ne hanno fatto una delle loro attrazioni turistiche tipiche, anche a Morano ci sono i comignoli, sopravvissuti alle ristrutturazioni selvagge degli anni ’70 e ’80 e successivamente alla diffusione dei più recenti impianti termici. I comignoli moranesi si trovano per lo più sui tetti delle case ormai non più abitate e per questo, forse, sono stati “risparmiati” dal più pratico ed economico alluminio.
Fori come occhi che ti scrutano, grandi prese d’aria per lottare meglio contro i venti contrastanti del Pollino che si avvinghiano su questa rupe. Ne restano pochi, mimetizzati con le pareti affastellate delle case, se riesci a scorgerli sono di una grande bellezza, veri e propri capolavori artistici opera dell’estro artistico dei maestri muratori di una volta. Sembrano fossili rimasti sui tetti, difficili trovarli sulle case ancora abitate, dove l’alluminio e prima ancora l’eternit hanno preso il sopravvento. Stanno tutti mischiati i vecchi con i giovani, quelli sporchi con quelli lucidi, una miscellanea di tubi e spire, bocche e tegole annerite. A ciò si aggiunge suggestione in quanto il loro aspetto, a volte abbastanza minaccioso, serve ad allontanare gli spiriti maligni.
Ho notato tante crepe in molte case, come ferite nel cuore delle pietre. Ci sta capitando una sciagura e non c’è ne stiamo accorgendo, troppo presi a scappare verso non si sa dove, stiamo diventando un vuoto che pulsa sulle propaggini di un colle, tutti hanno smesso di vigilare su ciò che accade. Morano purtroppo è un’altra foto, un paese che si svuota con chissà che cosa nel cuore di ognuno! E’ inutile comunque lamentarci. Il riscatto non può che venire da noi. Da noi chi? Siamo tutti frammentati e rancorosi, tutti professori e maestri della conoscenza e dello smercio. Mi gira la testa sono preso dallo sconforto. 
Questo mio vagare tra questi vicoli sta diventando come parlare davanti la lapide del morto. Cammino nel buio di vicoli percorsi dal vento come un respiro, mentre le antenne paraboliche sembrano orientate verso un silenzio planetario. Pochi volti e tante porte chiuse, ogni tanto qualcuna si apre all’improvviso in un buio vuoto che vorrebbe inghiottirti nell’odore di muffa e pietra morta, come in una fortezza bombardata dall’indifferenza e dal tempo. Un buco nero che dà la vertigine. 
Da quando è chiusa la Chiesa della Maddalena la piazza è una zattera alla deriva persa in mezzo ad un oceano di oblio e rancore. Le auto parcheggiate sembrano foglie accumulate dal vento ai margini dei muri. Mi chiedo dove sono finite le persone. Mi fermo a guardare le bacheche. Nulla di nuovo tutto già trascorso. Il più recente è il programma delle festività natalizie del Centro Anziani. Quella più colorata ha un manifesto datato 07 dicembre 2013, recita: “Mettersi insieme è un inizio”, “Rimanere insieme è un progresso”, “Lavorare insieme è un successo”, l’altra vicino annuncia un’assemblea pubblica sull’argomento “Libertà di espressione un diritto minacciato”. Quella di Rifondazione Comunista saluta Pietro Ingrao, poi c’è la bacheca del sindacato che riporta un articolo di giornale datato 31 luglio 2015 sugli operai del consorzio di bonifica che non ricevono lo stipendio, la bacheca n° 7 recita “al tuo Comune: gente seria, fatti concreti e poche tasse”. Forse sto cercando un altro paese. Dalle mie parti la medicina è peggio della malattia. 
Attraverso quello che un tempo era un giardino comunale. Avevo dimenticato che qui c’erano i bagni pubblici. Non so dove mi trovo veramente, come definire questo posto dimenticato e derubato pure dell’illuminazione. 
A volte non so se abbandonarmi all’evidenza o continuare ad impiegare il mio tempo al meglio. Entro in quella che dovrebbe essere la villa comunale, un biglietto da visita importante per una comunità. Noto che questo luogo si disfa giorno dopo giorno come se stesse sull’orlo di un vuoto corale. Mah! Forse il mio è solo masochismo, questo vagare con la testa altrove per luoghi ormai affranti. 
Questo è un paese sconnesso come le pietre della piazza. Morano a volte sembra che inciampi su se stesso.
(fine prima parte)