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7 luglio 2010

Nelle voci del silenzio


Erano mesi che non tornavo in montagna, scegliersi per il ritorno il Crestone dei Loricati non sembrava certo una buona idea, farlo poi in un periodo di caldo afoso sembrava una mezza pazzia. Ma avevo voglia di rincontrare vecchi amici, rivivere ricordi passati all’insegna dell’amicizia e della gioia di vivere, trovarmi a vivere l’esperienza della montagna questa volta in un modo speciale: da padre. Così, prima di ogni ascensione, eccomi riprendere le mie vecchie abitudini: la lista del materiale, l’elenco dell’attrezzatura, i viveri da portare. 
Seguo il mio passo, so che sul Crestone sud di Serra Dolcedorme bisogna dosare le forze. Non ho nessuna fretta. Salgo piano scegliendomi qualche tratto che segue anfratti rocciosi, giusto per non perdere il contatto con il ventre levigato che mi ha fatto nascere. Nei tratti che danno un po’ di respiro si scherza, si ride, si rafforzano vecchie amicizie, salita facendo se ne costruiscono nuove.
Ai piedi dell’anfiteatro roccioso mi tengo a distanza dal gruppo più folto, forte il pericolo di provocare qualche scarica di pietre, ci ricompattiamo in dieci e scegliamo il nostro stretto canale di salita. Ad uno ad uno ci infiliamo nelle fauci del Dolcedorme, le pietre non tardano ad arrivare, sfiorati da grossi proiettili ci ripariamo, giù ne vediamo rotolare altri fatti staccare dai gruppi impegnati all’interno di altre ripide bocche di salita.
                                               
A tratti sembra di salire sul dorso affilato di un grosso animale preistorico, tra precarie scaglie rocciose ora fragili ora resistenti. Lo spettacolo è meraviglioso, mi attardo rapito dalle voci del silenzio. Sottili, impercettibili voci, in cui è facile perdersi senza accorgersene. Il sole brucia le mie braccia, lo sento caldo sul mio viso. Germogli si aprono in me, rami possenti risalgono creste affilate su nel cielo infinito tra dirupi altissimi. Ho sete. Più volte mi fermo ma non bevo, vengo distratto dalla visione maestosa di grossi ammassi di roccia, dimentico il bisogno di bere e m’incanto a scrutare le increspature sottili delle rocce, frutto del lavorio di milioni di anni delle immani forze geologiche.
Alzo lo sguardo, sono un niente all’interno di questo ritaglio di vita fatto di roccia e cielo. C’è un silenzio particolare difficile da spiegare. L’erba sembra rimanere piegata, immobile nell’alitare leggero del vento. Anche le pietre sembrano aver dimenticato di cadere. Le voci del silenzio mi trasportano in un dialogo silenzioso fatto di sorrisi ed ammiccamenti, quelli tra un bimbo e la madre, espressioni senza linguaggio ne parole. Osservo due visi che si sfiorano, attraverso boccate di gioia si parlano e si completano senza bisogno d’altro. Preda di questa allucinazione continuo a salire, assisto al potente spettacolo dell’Amore.
I volti che giocano di mia moglie e mio figlio salgono con me, a tratti scorgo anche quello di mia madre e mi meraviglio nel vederla giocare con me quand’ero bambino. Ho sete, porto le mani al viso, mi accorgo di piangere. Vedo la cima. Pochi metri, un gruppo di amici festanti.
Non c’è più niente da salire. Sono stanco. Ho voglia di sedermi con le spalle sull’erba fresca, godermi questo spazio senza fine. Ho voglia di continuare ad ascoltare il fragore silenzioso di questa sorgente che mi ha accompagnato durante la salita ed inconsapevolmente dissetato: la sorgente dell’Amore.
   P.S.: la quartultima e terzultima foto appaiono per gentile concessione di Massimo Gallo
              la penultima foto appare per gentile concessione di Mimmo Pace

7 novembre 2009

Danzare tra le nuvole

Dove troverò le parole per spiegare la nostra sete cieca e bramosa che ci spinge a salire lungo crinali innervati di luce, persi ognuno nella propria fatica e nella propria gioia. Così vicini ed allo stesso tempo distanti.
Dove troverò le parole per spiegare certi luoghi da cui mancavo da molti anni. Tornarvi è come fare un viaggio a ritroso nella vita. Resta la fanciullezza di sempre che scruta curiosa l’apparente immutata ed immutabile eternità della montagna. Rovisto dentro di me, come scaglia di luce sottile entro nelle fessure più profonde.
Dove troverò le parole per spiegare che ho danzato nelle correnti ascensionali del mio cuore, tra ciuffi di nuvole come riccioli d’Angeli ho accarezzato il mio cielo. Schiuso nei colori cangianti di petali vivi, nel rumore cupo della roccia che si frantuma, ho danzato nei vortici impetuosi della mia anima irrequieta. Ho camminato sul filo sottile della follia, tra sfasciumi di pietre, nell’oblio di nebbie che nascondevano il vuoto, una voce suadente, ammaliatrice, mi spingeva a salire. Ho danzato lungo l’abisso dei ricordi, coltelli e fiori lungo la linea sottile della vita. Nel mantice di bocche spalancate nel vuoto con passo sicuro ho raggiunto la cima tanto agognata. Nell’equilibrio trasparente, lassù, col pianto ho annaffiato arse radici.
Ho danzato al tramonto, nelle ombre dell’ultima luce, inebriato dagli aromi della resina, nella dolcezza aspra della vita ho piantato un chicco di grano in questo mondo fatto di sottili respiri.









A mia madre che mi ha dato la vita, a Cesira che questa stessa vita me l'ha completata, alla nuova vita che a Dio piacendo presto verrà al mondo e che mi darà l'opportunità di lasciare in questa mia insignificante esistenza la traccia più bella. Agli amici cari: Salvatore "mio Fratello", Imma, Massimo e Franco compagni di meravigliose avventure che ci vedranno ancora insieme verso mondi da esplorare. Per questi momenti che rimarrano indelibili nel mio cuore UN GRAZIE SINCERO.