07 novembre 2009

Danzare tra le nuvole

Dove troverò le parole per spiegare la nostra sete cieca e bramosa che ci spinge a salire lungo crinali innervati di luce, persi ognuno nella propria fatica e nella propria gioia. Così vicini ed allo stesso tempo distanti.
Dove troverò le parole per spiegare certi luoghi da cui mancavo da molti anni. Tornarvi è come fare un viaggio a ritroso nella vita. Resta la fanciullezza di sempre che scruta curiosa l’apparente immutata ed immutabile eternità della montagna. Rovisto dentro di me, come scaglia di luce sottile entro nelle fessure più profonde.
Dove troverò le parole per spiegare che ho danzato nelle correnti ascensionali del mio cuore, tra ciuffi di nuvole come riccioli d’Angeli ho accarezzato il mio cielo. Schiuso nei colori cangianti di petali vivi, nel rumore cupo della roccia che si frantuma, ho danzato nei vortici impetuosi della mia anima irrequieta. Ho camminato sul filo sottile della follia, tra sfasciumi di pietre, nell’oblio di nebbie che nascondevano il vuoto, una voce suadente, ammaliatrice, mi spingeva a salire. Ho danzato lungo l’abisso dei ricordi, coltelli e fiori lungo la linea sottile della vita. Nel mantice di bocche spalancate nel vuoto con passo sicuro ho raggiunto la cima tanto agognata. Nell’equilibrio trasparente, lassù, col pianto ho annaffiato arse radici.
Ho danzato al tramonto, nelle ombre dell’ultima luce, inebriato dagli aromi della resina, nella dolcezza aspra della vita ho piantato un chicco di grano in questo mondo fatto di sottili respiri.









A mia madre che mi ha dato la vita, a Cesira che questa stessa vita me l'ha completata, alla nuova vita che a Dio piacendo presto verrà al mondo e che mi darà l'opportunità di lasciare in questa mia insignificante esistenza la traccia più bella. Agli amici cari: Salvatore "mio Fratello", Imma, Massimo e Franco compagni di meravigliose avventure che ci vedranno ancora insieme verso mondi da esplorare. Per questi momenti che rimarrano indelibili nel mio cuore UN GRAZIE SINCERO.

21 agosto 2009

Quel mondo inesplorato

Acque spumeggianti e cristalline, farfalle come coriandoli nell’aria, rigogliose rampicanti ricoprono tronchi e si attorcigliano a rami che non vedono cielo, liane si appoggiano ad altre piante avvinghiandole con un fitto intreccio.
Profumi primordiali si spandono nell’aria, sprazzi di luce qua e là ricordano l’inizio della vita mentre farfaracci dalle grandi foglie bevono da muschi ricoperti da stillicidi di gocce purissime. Lungo quella profonda ed intricata gola levigati massi ciclopici e tronchi giganti rimangono lì a guardia del torrente, ad ogni piena vengono spostati dalla furia dell’acqua, parlano di forze incredibili, di correnti impetuose, gorghi terrificanti ed ostili.
L’acqua è gelida. L’aroma di erbe officinali penetra nei muscoli ispessiti dallo sforzo prolungato. Come un esploratore mi trovo sbalzato in un altro tempo e in un altro luogo. Quando la gola si restringe spumeggianti ribollìi fatti di rilucenti cristalli danzano divertiti su grossi macigni, poi il corso del torrente si apre e dove arriva la luce placide conche celesti rubano frammenti di cielo.
Sento odore di sangue. Mi accorgo che un taglio profondo stilla sangue copioso dal gomito. Non ci bado più di tanto, Natale mi aiuta a stringere attorno al braccio un fazzoletto per evitare che alcune mosche ghiotte del fluido vitale possano banchettare allegramente. Le mie braccia sono ricoperte da strisce sanguinanti provocate dal superamento di alcuni tratti intricati da rovi. Guariranno.
Quelle che non cicatrizzano sono le ferite inferte sul cuore dai graffi della vita. Sono ferite che non riescono a guarire. Restano per sempre, come segni su un tagliere.
Dove andrà quest’acqua! Quanto cammino dovrà ancora percorrere per trovare la pace nel mare dell’eternità!? Come la nostra vita. Quanta strada ancora ci aspetta per arrivare (se arriveremo) al traguardo che ci attende. Sarà un traguardo? o un nuovo inizio? Sarà la fine di un dolore? o l’inizio di una nuova gioia? Quante domande!
L’ultimo respiro di questo luogo meraviglioso lo raccolgo tutto nel cuore. Il Presidente si avvicina al cospetto della cascata Fauzofìli, il suo sguardo è avvinto da un dolore e allo stesso tempo da una gioia. In quello specchio d’acqua, alcuni anni fa, un pezzo di vita ci ha lasciato. In questo momento, in quella conca, tanti ricordi come pietre ammassate sul fondo risalgono leggeri come goccioline finissime. La gioia è dovuta alle carezze del vento fresco provocato da quel salto d’acqua meraviglioso ed al tempo stesso terrificante.
Mentre risaliamo lungo le pendici del Timpone i Fornelli, il vocìo del torrente muore nell’oscurità della valle. Nel vivo dei profumi della sera, nella tensione della carne arrossata, nei battiti del cuore, nello sforzo dei muscoli affaticati, nei respiri della mia anima, io, a differenza dell’acqua ritorno alla mia sorgente, alla Sorgente dell’Amore. Zampilli copiosi i suoi baci dissetano le mie radici e mi fanno vivere… in questo mondo ancora inesplorato.

24 luglio 2009

Stagioni…

Ritornare in certi luoghi, rivivere con la mente e con il cuore certi istanti e certe situazioni, mi ha creato sempre uno strano effetto. Certi luoghi hanno la forza di farti mettere sulla bilancia la tua vita, di farti mettere i pesi e misurare il tuo vissuto. Da una parte il vissuto di un tempo, dall’altra quello di oggi, del presente. Da una parte le paure, le discese interiori, le sconfitte e le indifferenze. Dall’altra il coraggio, le risalite, le vittorie, gli amori.
Ho sentito forte questo gioco di pesi e contrappesi mentre camminavo lungo il sentiero dei pellegrini cerchiaresi, con i miei passi che muovevano le pietre e la polvere, con il sudore che ruscellava su tutto il mio corpo. Ho sentito forte questo equilibrio di emozioni mentre tracciavo la segnatura del sentiero. Il rosso vivo del colore penetrava nelle increspature della roccia, mentre stavo attento a non fare sbavature, non sempre riuscendoci nonostante i preziosi ed utili consigli di Pio.
La luce calda filtrata dagli alberi creava un’atmosfera dolce e piacevole. Scendiamo. Ho ripensato a qualche anno fa, quando con Salvatore percorremmo per la prima volta questo sentiero. Ho meditato sulle situazioni di quel tempo: alle tempeste del cuore, ai nostri vuoti dell’anima, alle incognite che la vita ci avrebbe ancora riservato. Se ancora con gli anni avremmo continuato a bagnare la nostra amicizia dello stesso sudore, vivendo dello stesso sentimento che ci ha fatto conoscere: la montagna. Assorto in questo pensiero un profumo intenso e aromatico mi ha rapito, una miriade di farfalle ruotando attorno a splendidi fiori creavano un’intermittenza di colori straordinari. Che sia questo il loro rifugio notturno? Pensai. Imma, ha cercato di catturarne una, ma nell’attimo che stava per acciuffarla il leggero insetto con uno scatto si è levato dalla presa lasciando le sue dita coperte da un leggero strato di polvere pigmentata. Pare sia la “polvere delle fate”. Di sicuro è fatato il sentimento che ho visto in questi mesi negli occhi di mio “fratello” Salvatore, uno sguardo diverso da quello di alcuni anni fa mentre percorrevamo lo stesso sentiero, vivendo le stesse emozioni.
Come la natura anche la nostra vita vive di stagioni. Durante l’estate ci sentiamo forti, la nostra corteccia è inattaccabile dagli assalti dei parassiti, rami vigorosi di foglie si distendono nell’azzurro del cielo a cercare la luce. Poi, in autunno, i rami possenti lasciano andare le foglie, si staccano ad una ad una nel turbinio dei venti, abbandonando per sempre ciò da cui erano nate. Ecco allora che ci sentiamo vulnerabili. Chissà se sapremo superare questo momento di distacco. D’inverno la neve copre ogni cosa, ci lasciamo andare al freddo e al buio senza riuscire a scorgere nessuna possibilità di rinascita. I dubbi ci assalgono. Invece la rinascita è lì, in quella neve che protegge e preserva ciò che da qui a pochi mesi rinascerà con nuovo vigore. In questo alternarsi di stagioni l’albero della nostra vita disperde i semi dei ricordi. Essi danno vita ad altra vita. Basta credere di essere ancora in cammino, di percorrere il sentiero più importante e difficile: la vita, attorno alla quale “ruotano” le passioni tutte: l’amicizia, il dolore, la gioia, la vita stessa, la morte e quel desiderio che non si esaurisce mai nella conquista, quel desiderio chiamato AMORE…
Le foto di questo post appaiono per gentile concessione della cara amica Imma Camodeca

30 maggio 2009

Oggi ho respirato un’aria diversa. Ho respirato il profumo di un fiore speciale.
Animato cammina accanto a me, con la sua essenza riempie ed ossigena di aria nuova le mie vene. E’ un fiore raro, una specie senza spine. E’ abituato a stare nei prati, protetto dai ginepri, accarezzato dall’aria mite della primavera. E’ curioso ed al tempo stesso coraggioso, il mio piccolo fiore, si affaccia dai dirupi e dalle creste rocciose sapendo che le vertigini, in qualsiasi momento, potrebbero farlo precipitare.
Si stanca presto il mio fiorellino, stordito dall’aria libera delle altezze, affronta con caparbietà le erte salite che l’attendono e tosto si ribella alle sferzate del vento freddo che, sulla Dolina, lo percuotono. Mi parla dell’Amore con cui è venuto al mondo, lo stesso Amore che lo ha abbandonato troppo presto. Ma il bocciolo che mi cammina accanto è cresciuto forte, ha affrontato e superato molte tempeste.
Il mio fiore ha paura che forse un Amore più grande, chissà, possa lasciarlo ancora una volta. Ma il suo stelo è forte, saprà ancora germogliare. Io gli resto però accanto. Non lascio il fiore che ho scelto. Si flette leggero su di me. Io lo sfioro. Lacrime, come gocce di rugiada si posano sui petali dei nostri visi.
Restiamo in silenzio. Un raggio di sole scalda il nostro Amore. Scendiamo stanchi. I nostri petali come margherite si chiudono... sognamo... è gia sera.

13 maggio 2009

Solo, tra le strane bellezze della natura me ne vado
ed ogni sentiero per me è Cuore.
Da tanto, da troppo tempo stavo caldeggiando l’idea di ritornare sul Pollinello. Ma, vuoi per il maltempo, vuoi per imprevisti vari, ho dovuto sempre rimandare.
Quale giornata migliore per compiere l’ennesima solitaria, una particolare, che resta per sempre nel cuore ed indelebile si conserva, come un dono prezioso, nella scatola dei ricordi.
Da solo, per la terza volta, mi accingo a percorrere questo itinerario difficile ed ardito. Non nascondo l’ansia e la preoccupazione, accentuate ancor di più dal mio allenamento psico-fisico non certo ottimale e dalla paura del temporale annunciato. Ma certe emozioni e stati d’animo, certe allucinazioni si vivono e percepiscono quando si è solo con se stessi. Nella rada pineta, penetranti raggi di sole inondano il sottobosco, poi i lecci, infittendo il mio cammino, rendono l’atmosfera di una selvaggia bellezza e dove riesce ad arrivare la luce un bagliore esalta i movimenti veloci e precisi di un ragno che ripara la sua sottilissima tela.
Gli odori, così intensi ed aromatici penetrano all’interno della mia carne, la pelle diventa corteccia di pino. Il profumo delle erbe aromatiche disinfetta e purifica le ferite della vita. Le lacrime, linfa vitale, lentamente rigano il mio viso. Sono in contatto con quello che io cerco sempre.
Devo contare solo su me stesso, è questo il fascino delle solitarie. Solo, sorretto dalle proprie forze, spogliato delle proprie debolezze, solo con i miei gesti, rapito dai battiti del cuore, dalla natura arcana e selvaggia che regna sotto questo pezzo di cielo.
Lo sguardo scruta verso la muraglia di roccia delle pareti del Pollinello. Salgo. Le nubi, verso Serra Dolcedorme, cariche di un grigio scuro mi impensieriscono. Sono combattuto tra la rinuncia e l’andare avanti. Il sole mi scalda, come un elemento vitale penetra in me, mi calma, mi infonde fiducia. Scelgo di continuare. So che in caso di cattivo tempo ripercorrere il ghiaione risulterebbe difficile e pericoloso.
Proseguo lungo quell’accumulo di clasti sciolti e detriti rocciosi. Operazione che esige pazienza e cautela. Un passo ed un groviglio di pietre franano giù per il ripido pendio. Il forte odore di zolfo mi intorpidisce la mente rendendo il mio passo incerto. Poi una vipera sguscia a pochi centimetri dalla mia mano che avevo quasi appoggiato su un ammasso di rocce. Il rettile resta immobile. Io spaventato lo imito. Poi agilmente riprende la salita e va ad aggrovigliarsi all’interno di un grosso masso. Meglio cambiare aria, l’ospite indesiderato sono io. Con più timore proseguo l’attraversamento del ghiaione. Sembra non finire mai.
Il passaggio per l’attacco della salita è più a sinistra. Continuo a spostarmi lungo i piedi della parete, poi… c’è solo da salire. Indugio.
“Ma è da qui che sono salito le altre volte?” Mi chiedo preoccupato. Il sole sparisce, ingoiato dalle nubi. Non posso più tornare indietro. Devo solo salire. Penso al temporale. Spero che la montagna sia clemente e mi faccia passare. Se scoppiasse il temporale in questo canalone la montagna mi vomiterebbe addosso di tutto. Mi avvicino alla Grande Madre con umiltà e rispetto non cercando nessuna sfida. Solo uno sciocco potrebbe pensare il contrario: considerare la montagna un nemico da abbattere, l’esito sarebbe scontato. La mia è voglia di conoscenza e di scoperta, legata solo al fatto di riuscire a capire dové il mio limite e se possibile cercare di superarlo.
L’erba e viscida e insidiosa, questa non è la stagione adatta per venirsi a cacciare nei guai in posti come questo. Ho il fiato grosso. Sono preda di emozioni forti.
Penso a lei. Penso alla donna che amo. Stamattina prima di andare mi ha detto di stare attento, di non dargli dispiaceri. Ho messo sempre in conto tutto nelle mie solitarie, anche la morte. Poiché essa può sopraggiungere in qualsiasi modo e momento. Ma oggi sento qualcosa di diverso. Mai come oggi ho temuto così forte la morte. Una sensazione strana mi pervade, affronto questo momento con più cautela, con ancora più rispetto verso la mia vita e le persone che mi amano.
“Scivolare sarebbe la fine”. “Forse non morirei sul colpo, mi romperei qualcosa”. “Soffrirei prima di soccombere”. Ma che pensieri faccio. Questa è la “mia” “Via degli Angeli”. Perché le esperienze personali sono solo mie, intime, profonde; nessuno mai potrà togliermi dal cuore ciò che provo in questo momento, difficile da spiegare…e per chi non ama tutto ciò forse ancor più difficile da capire.
Questo è il luogo delle tante tragedie: i tedeschi schiantati sempre sullo stesso versante durante il secondo conflitto mondiale nel 1941, Felix Raab precipitato da questi dirupi nel 1962 e infine Cristian Knabe deceduto nel giugno del 2005 durante la discesa dai precipizi del Pollinello, amico caro mai conosciuto.
Nel profondo dell’insenatura il cielo sopra di me si colora di un grigio scurissimo. “Fammi passare Madre, fammi passare”. Ancora un po’, ma i crampi mettono a dura prova i muscoli delle mie gambe, poi il versante inizia a curvare verso la cima, l’ultimo sforzo e non ho più bisogno dell’aiuto delle mani. Mi dirigo verso la croce di Cristian, una preghiera, due, tre preghiere, con il cuore ricolmo di gioia scorro con la mente i volti che mi sono passati accanto in questi anni della vita, a chi non c’è più va il mio più vivo pensiero.
Lascio un biglietto. Il cielo non promette niente di buono. Inizia a gocciolare. Il bosco Pollinello mi culla, al riparo, come nutrito da un seno materno. Ammassi di neve ormai sporca si sciolgono in rigagnoli d’acqua fangosi. Nutrono il Cuore della Terra. La Grande Madre è contenta, restituisce tappeti di fiori. I rami dei faggi iniziano ad aprirsi ai germogli. La vita è nell’aria.
Non gocciola più. A Colle Gaudolino faccio amicizia con una volpe. Mi dirigo verso il capanno a salutare Carmelo “il custode”, scambiamo quattro chiacchiere mangiando qualcosa. Poi quando è ora di andare mi invita a scendere con lui verso Colle dell’Impiso dove ha lasciato l’auto. Lo ringrazio per la sua generosità ed amicizia ma io devo proseguire per il mio sentiero. Ci dividiamo, ognuno compagno della propria solitudine.
Lungo la Scala dei Moranesi scendo felice, forte risuonano nel mio cuore le parole di Henry David Thoreau: “Non ci può essere nessuna oscura malinconia per chi vive in mezzo alla natura e ai suoi sensi sereni”.
Auguri di cuore alla Sezione C.A.I. di Castrovillari che compie 10 anni di intensa attività. Un caro abbraccio a tutti i soci.

10 aprile 2009

Un soffio
la terra che trema
trattiene l’amore
un ultimo abbraccio
urla senza voce
un pianto di madre
respira
polvere di morte
il vento
muto
negli sguardi smarriti
precipita nel buio
un sogno spezzato
l’ultima carezza di un padre
nuove crepe
scava il dolore
e un fiore
nasce dalla terra ferita




































Foto: fonte internet

22 marzo 2009

Montagne…di amicizia

La fronte imperlata di sudore brucia. Fa caldo, la temperatura corporea aumenta e non c’è un alito di vento. Salgo.
Il gruppo, in fila, procede più o meno compatto. Qualcuno spedito, altri meno, qualcun altro arranca volenteroso di superare l’erta cresta. L’ultimo tratto si rivela abbastanza impegnativo ma con meno neve del previsto. Adesso il gruppo si allunga. Resto dietro accanto ad un amico. Osservo il fantastico panorama, luci ed ombre, colori diversi. Con lentezza mi lascio abbracciare ed accarezzare dalla montagna, lenti e con calma, risaliamo l’ultimo erto tratto di cresta che ripiega su “Cozzo Sorvolato”. Assaporo l’aria e poi ci sediamo con Alberto ad ammirare le rocce di Serra Dolcedorme. Pinnacoli svettanti ricolmi di neve risplendono di luce, strette gole si aprono a canaloni che ogni tanto scaricano detriti di pietre miste a neve. Pini loricati, dall’altra parte, ci osservano dalla Sella del Vascello, altri, vicinissimi, sembrano afferrarci con rami contorti, dita senili di esseri che hanno combattuto battaglie millenarie e cruente con le forze della natura. Tronchi come scudi carbonizzati, cicatrici nere come tagli di spade, cortecce squarciate dalla forza delle saette, sento il sibilo di lamenti, gemiti che provengono da un altro tempo e da un altro spazio. Così sento la mente intorpidirsi, torno fanciullo. Dalla campagna dei nonni, seguo i profili e le pieghe del versante meridionale della catena del Pollino. Leggero con lo sguardo risalgo le erte pendici e le scaglie di roccia che ripidissime accarezzano il cielo. Senza lasciare traccia, sfioro la roccia delle pareti e i tratti delle creste innevate di bianco. Poi con abilità seguo il crinale che mi conduce alla cima. Senza fatica, senza sforzo, chiudo gli occhi sfiorando la neve della vetta, prima di intraprendere la via del ritorno.
Oggi ho imparato a misurarmi su queste creste ardite, ho percorso le nervature delle “mie montagne”, con lo sforzo i miei piedi hanno calpestato le loro vette e, d’inverno, il bianco immacolato delle loro nevi. Tutti i momenti vissuti in montagna hanno lasciato il segno nel mio cuore, ma soprattutto mi hanno insegnato a percorrere con umiltà i mille sentieri dell'animo umano.
Mettersi in gioco, misurarsi con la montagna è anche un mezzo per scoprire sin dove le nostre forze psico-fisiche possono arrivare. Saggiare tutto quello che si ha dentro con la sola forza dei muscoli e della rapidità del sangue che raggiunge le parti vitali del corpo.
Mentre guardo il gruppo che ormai sfila sotto il traverso della Timpa del Pino di Michele, e lentamente si avvia a raggiungere la cima di Serra Dolcedorme, credo che ognuno di noi oggi stia percorrendo il proprio sentiero.
Guardo l’amico Alberto. Regna il silenzio. Sono felice. Questa pace profonda mi induce a pensare. Le montagne ricalcano l’amicizia, stanno attaccate alla terra e protese verso il cielo quasi come a cercare qualcuno, abbracciandolo, nell’immensità della volta celeste. Le montagne rappresentano un mezzo per trascendere ed elevarsi, rinsaldano i cuori, rendono le amicizie inossidabili per tutta la vita.
A sera, lungo il facile sentiero che ci conduce all’auto io e Salvatore ci attardiamo, rivivendo con i nostri discorsi alcuni momenti della giornata. Salvatore cerca le ultime luci del tramonto. Io mi volto verso Serra Dolcedorme. Le rocce di vetta si stagliano scure nel cielo come la testa di un grosso animale preistorico. Chissà se l’amore e l’amicizia durino per sempre. In questa vita, credo, non potranno mai morire, forse solo dividersi, per poi un giorno, chissà, crescere altrove.
Roccia. Amicizia e amore. Roccia che si frantuma, si spezza, si dissolve in sabbia e polvere non rinnegando la propria anima, quella che è riuscita a creare le montagne. La stessa anima che giorno dopo giorno, nella luce e nell'ombra, mi fa amare di più la vita.

Un grazie di cuore al Presidente Roberto Berardi e al caro amico "meccanico" Antonio Di Luca che alle 21:00 mi hanno aiutato a portare a casa la mia cara vecchia auto.

05 marzo 2009

Di luce e fatica…nel silenzio del vento

Il trillo della sveglia. Sono le 05:00. Resto ancora un po’ a crogiolarmi nel tepore delle coperte. Nell’attimo in cui sto per alzarmi la tua mano cerca il mio corpo caldo. Prendo le tue mani e le stringo. I miei occhi si inumidiscono. Devo andare. La montagna mi chiama.
Il tempo di prepararmi qualcosa di caldo, di lasciarti un bigliettino con su scritto “TI AMO” e sono già pronto per andare incontro alla mia libertà, a sentire il silenzio del vento, a scoprire i limiti della mia forza e superare e vincere le mie debolezze.
Ci addentriamo nel fitto della Valle Cupa, l’assenza di sole accentua ancor di più l’atmosfera tenebrosa e buia cui il nome evoca. Man mano che saliamo la neve si fa sempre più profonda, c’è ne rendiamo conto poco prima di raggiungere il Passo del Campanaro. Oggi la montagna ci impegnerà severamente.
Sul Passo la montagna inizia a incantarci, qualche timido raggio di sole si fa spazio tra le nubi. E’ bello e piacevole stare su quel prato sgombro di alberi e sentire i profumi e le voci della natura che rianimano e ossigenano ogni fibra del mio corpo. Ho bisogno di questo contatto per ricercare attraverso la montagna un senso più autentico e genuino del vivere. Qui si è solo se stessi. E’ impossibile barare. La montagna mi spoglia, sguscia la scorza del mio vivere quotidiano svelandomi i lati più primitivi e nascosti del mio carattere.
L’ascesa lungo la cresta del Campanaro inizia dapprima facilmente, saliamo, poi il crinale s’impenna, ci alterniamo con fatica per farci strada nella neve che spesso cede al peso dei nostri corpi rendendo la marcia difficile e faticosa. L’ultimo tratto richiede un notevole sforzo, aggiriamo sulla sinistra una muraglia di roccia e risaliamo il ripido canale che conduce alla fine del crinale, sull’anticima della Timpa del Pino di Michele.
Lo sguardo si apre sul Vascello ed a sinistra sull’anfiteatro grandioso delle pareti di vetta di Serra Dolcedorme.
Giuseppe va avanti rapito da un’energia irrefrenabile, io più indietro arranco. Procediamo in fila, un po’ distanziati l’uno dall’altro. Sul traverso che conduce alla cresta principale il sole ci irradia, rendendo più sopportabile il vento gelido. Procedo lentamente, fin sulla cresta, poi il tepore del sole non può niente alle gelide folate di vento che violente ci percuotono. Sembra di salire lungo una cresta himalayana: il fiato corto, i movimenti lenti, le cornici, la neve modellata dal vento. Sento bruciare il viso.
In alto verso la cima si addensano grossi nuvolosi neri. Il vento violentissimo solleva nell’aria miriadi di chicchi di ghiaccio che graffiano il viso. Lo spazio sopra di noi si ripulisce aprendosi ad un cielo più amico.
Salire è un crescendo di emozioni, la cresta Est del Dolcedorme disegna nell’azzurro del cielo una curva di ghiaccio e neve. Faccio fatica a pestare lo strato ghiacciato. Sono molto stanco. Non abbiamo calzato i ramponi, in alcuni tratti bisogna fare molta attenzione. Supero un passaggio di affilati pugnali di ghiaccio. Poi neve farinosa si alterna a strati più compatti. L’orizzonte si apre sino a vedere lo Stromboli e le Isole Eolie. Continuo a salire, prego. Ho la sensazione che quassù, qualcuno o qualcosa di immenso, si stia ricordando più di me che degli altri regalandomi un gioia ed una serenità immensa. E’ il fascino dell’altezza, dell’aria ossigenata che entra in ogni fibra sottilissima del corpo.
Ancora un altro po’, poi la curva inizia a degradare. Ci siamo, sono preda di emozioni forti. La cima. Piango come un bambino. Sento che la mia anima si acquieta e purifica. L’abbraccio di mio Fratello cerca di rianimarmi. Penso a zio Franco, a dove sarà in questo momento. Mi siedo sulla neve. Le lacrime sono stalattiti di ghiaccio. Mi perdo nell’infinito del cielo. Un alito di vento, questa volta dolce. E’ una carezza.
Protetti da una sporgenza di neve mangiamo qualcosa.
Lungo la discesa mi attardo un po’, sento il silenzio del vento, la luce si disperde da tutte le parti, mi incanto ad accarezzare con lo sguardo dirupi altissimi che precipitano nella valle sottostante. Nel luccichio di scaglie di ghiaccio scendo ricolmo di gioia.
Lungo la discesa dalla Sella del Faggio Grosso i miei amici tornano bambini. Si divertono a scivolare lungo quella lingua di neve, io li guardo divertito.
Tra gli alberi la neve altissima a volte ci fa sprofondare sino al bacino. Il vallone, man mano che procediamo, si restringe sempre più, sino ad incrociare il sentiero che conduce a Cozzo Palumbo. Mi stacco dal gruppo. Il bosco è un caleidoscopio di luci, di profumi inebrianti. Aghi di pino, profumi di resina, mi siedo su una pietra rapito dal silenzio del vento che scuote i rami spogli di alcuni faggi. Non sento più le voci dei miei amici. La luce penetra tra i rami rendendo questa valle non più cupa. In questo momento mi sembra di essere l’unico uomo sulla terra. Anche la vita dell’uomo come quella del bosco ha bisogno di luce. Di luce per sperare in un domani più luminoso e rendere più vigorosa la pianta dell’amore per la vita. Di luce per rinverdire la pianta della fede e della speranza.
Lascio l’abbraccio della montagna e torno da TE. Con gli occhi lucidi e arrossati di fatica. La luce del tramonto, luce che non muore…nel silenzio del vento. La luce dell’AMORE.

Un grazie di cuore
a mio Fratello, che tutti ormai nella rete conoscono come “U Lupu”,
a Franco per la simpatia,
a Giuseppe per la determinazione.
Grazie per l’AMICIZIA.


22 febbraio 2009

Apro lo zaino per prendere da mangiare, un attimo e la neve finissima entra all’interno del sacco coprendo ogni cosa. I fiocchi di neve, nutriti dal freddo che ci avvolge, resistono anche ai vapori dei nostri corpi accaldati.
Ci rifocilliamo, prendendo un po’ di fiato nella Radura di Rummo. Mi piacciono le radure, stanno lì in mezzo al bosco, come per invogliare l’escursionista a fermarsi un po’, a sentire l’abbraccio della montagna, prima di riprendere il cammino nel folto degli alberi. D’estate uso sedermi con la schiena appoggiata al tronco di un faggio e sentire il fremito delle foglie mosse dal vento che si adagia piano sui rami. Le radure rubano i miei pensieri, facendomi tornare bambino. Un bambino con le lentiggini, i capelli riccioli ed arruffati corre per sentire il vento accarezzargli il viso, le lacrime rigandogli le guance si staccano come gocce di vita disperdendosi nell’aria. Un bambino curioso della vita ma ancora innocente per rendersi conto che con fatica dovrà costruirsi il suo futuro. Oggi quel bambino è diventato un uomo. La montagna è entrata sempre più nella mia vita, nei momenti difficili è stata l’appiglio a cui aggrapparmi per non cadere. Non ho dimenticato la radura che tanti anni fa mi fece sognare. Ed oggi ho preso coscienza della fatica e delle difficoltà della vita nutrendomi del pane fatto con la farina del mio sacco. Nessuno sa che d’inverno le radure nascondono segreti, diventano luoghi magici dove il tempo pare fermarsi. I rami appisolati al sonno dell’inverno si adagiano intorno allo spiazzo. Il silenzio è straordinario, accompagnato solo dal respiro degli alberi. D’inverno è nelle radure che si percepisce maggiormente il senso dell’attesa prima dell’arrivo della primavera. Anche la vita dell’uomo è fatta di attese. Anzi a volte le attese costituiscono una chiave per vivere.
Mi fermo. Faccio sfilare il gruppo. Adesso tutti sono avanti. Aspetto ancora un po’. Indugio. In questo stato d’animo libero la possibilità di sognare e in mezzo alla radura, ancora una volta, tra la meraviglia e lo stupore rivedo il sorriso ed il pianto di quel bambino.
La nebbia ci inghiotte. Figure dalle forme indefinite vagano nel turbine dei fiocchi di neve. Sferzato dal vento il mio pensiero va all’amico che non c’è la fatta a proseguire ed è tornato indietro. Spero sia al riparo dal freddo della tormenta.
Un gruppo si ferma, altri proseguono. Come in un girone dantesco, costretti a scontare chissà quale pena, a fila, barcollanti proseguiamo nel biancore delle nebbie. Si continua imperterriti verso la cresta che divide il Piano di Toscano dalla Piana del Pollino. Ed ecco, all’improvviso, da quel mare di bianco riemergere i due grandi “pini guardiani”. Ci avviciniamo mentre altre misteriose creature in lontananza, tra i vapori della nebbia, paiono venirci incontro. Sono i patriarchi misteriosi del Pollino, possenti, altri secchi e vacillanti, come antichi cavalieri, ognuno con una propria storia ed una corazza, lontano dagli esseri umani combattono da migliaia di anni le immani forze della natura. La loro è una bellezza viva e toccante. Io, bambino, così piccolo di fronte a tutto ciò, non posso fare altro che racchiudere tutto nel cuore: freddo, vento, neve, fatica, amicizia e gioia…la montagna entra e si fa spazio nei recessi più segreti e nascosti dell’uomo.


Le foto di questo post appaiono per gentile concessione di Mimmo Pace, vero figlio del sole e Adalberto Corraro. Grazie

14 febbraio 2009

perchè anche l'Amore è un sentiero

a Cesira

Vivo silenzio
il calmo tuo respiro
rischiara
un alone di dolcezza
il tuo profilo

rugiada
scende dagli occhi miei
nell’oscura luce
esile
la mano tua
calda
cerca la mia

rampicanti intrecci di baci
vivono
nel gemitìo
l’umida carne di noi.