E’ pomeriggio presto da poco ha smesso di piovere, sento il profumo dell’erba bagnata che si spande nell’aria, uno stillicidio rompe il silenzio di questa tarda estate, gocce purissime cadono da tegole annerite dal tempo.
Su un umido muro scrostato e ricoperto di borracine e licheni scorgo due, tre lumache che si avvicinano lentamente ad un ciuffo d’erba ma a metà strada intimorite da un raggio di sole restano spaesate dall’arrivo di quella calda luce, le antenne fino a quel momento dritte e spavalde d’un colpo si ritraggono, si dimenano, io mi allontano facendole ombra per un attimo, pochi metri e noto con stupore che il muro fatiscente squamato di parmelie è diventato un intreccio di ricami argentei, sono i filamenti di bava lasciati nel tempo da quegli innocui molluschi.
Non nasce più il grano attorno al mio paese, non c’è più nessuno al fiume, nessuna coperta stesa ad asciugare su quel ponte della ferrovia, tacciono i canti delle donne al ritorno dai campi, non sento più il profumo del pane fatto in casa, l’odore del fieno per gli stretti vicoli, il rumore degli zoccoli degli asini che battono sui gradini acciottolati resi lisci dalle piene durante i temporali. Non sento più l’odore aspro dei vicoli impregnati dalla grumatura delle botti, non ci sono più le affumicate cantine dove le urla e le bestemmie dei giocatori di morra si confondevano ai pugni sul tavolo e ai gesti veloci di chi giocava a tressette! Ricordo donne esili ma forti, belle nelle loro lunghe vesti ora bianche e colorate, ora nere a lutto, femmine coraggiose, abili nel portare in equilibrio sulla testa le loro gerle, rendendosi libere le mani in modo da poter affrontare gli erti sentieri ed i vicoli del paese. Fra la testa e l’oggetto che trasportavano interponevano “a curuna” una stoffa che intrecciavano per non sciogliersi e che serviva per alleviare la pressione del peso.
Ricordo la messa celebrata nella chiesetta i “Sandu Linardu”, le donne del vicinato accorrevano a seguire la “funzione”, altre scendevano “ra Siddreru” e “Sandu Nicola”, i capelli sistemati “ca scettula” i caratteristici nastri di seta a forma di treccia in testa, altre portavano fazzoletti di stoffa che nascondevano a volte visi grotteschi che mi incutevano timore. Le donne più anziane stringevano in mano un rosario i cui grani erano ricavati dai noccioli delle olive. Oggi le piccole chiesette di un tempo sono tutte chiuse, alcune dirute, altre murate hanno lasciato il posto alle chiese maggiori, quelle “firmate”, dove le signore adornate con gingilli e monili sfoggiano l’ultima acconciatura alla moda. Quando passo accanto alle chiese “dei disgraziati” conservo ancora l’abitudine di segnarmi il petto, vorrei tanto che le riaprissero per continuare ad infondere nel mio cuore quella fede semplice e salda che ha accompagnato le genti antiche, quelle che non sapevano né leggere e né scrivere ma che ci hanno lasciato in eredità questo splendido paese che oggi noi, generazioni colte e laureate, stiamo facendo morire per mancanza d’affetto.
Percorro “vicinanzi” abbandonati, persi nell’abbraccio ormai perenne “ra mindosa”. Nelle fenditure dei muri, spaccati e sgretolati dai colpi micidiali del tempo, si fanno spazio fichi selvatici e arbusti. Le case si abbracciano le une alle altre, come per sorreggersi, ma alcune non ce la fanno si sbriciolano sotto il peso della solitudine e dell’oblio.
Salgo serpeggiando lungo rivoli di roccia, il cielo sparisce nascosto da una porta dell’antica cinta muraria, mi ritrovo all’imbrunire dentro un giardino abbandonato, i rami degli alberi sono spogli, un vento gelido s’infila dentro una finestra senza vetri. Una porta è aperta, entro in quella che un tempo doveva essere una stalla, c’è del fieno ammuffito nella mangiatoia sembrano capelli ingrigiti dal tempo. Croste di letame secco ricordano un mondo perduto che non tornerà mai più. Grosse ragnatele tappezzano muri neri come la pece, il soffitto fatto con travi ed assi di legno ha ceduto, sembra una grossa cassa toracica spolpata dal tempo.
Quando esco dalla stalla una scarica di pioggia mista al vento freddo mi piomba addosso, vengo punto come da api impazzite. Dura poco, mi rimetto in cammino tra i vicoli, salgo scalini che sembrano ricavati nel cuore di questa collina. Nella penombra della sera i muri bagnati dall’acqua appena caduta sembrano allungarsi come lingue lucenti nei chiarori obliqui dei primi lampioni che si illuminano.
Passo davanti la casa di nonno paterno, un groppo mi sale in gola, conservo dentro il rimpianto di non essergli stato vicino quando se ne andato, ho preferito rincorrere i giorni della vita, avrei dovuto fermarmi, sentire come oggi il respiro di queste pietre. Quando si è giovani ci si sente forti, si ha la presunzione di poter dominare e sottomettere il tempo. La vita nelle nostre mani altro non è che una falce e quando si è giovani e principianti è facile tagliare vicino alla terra e contaminare la lama con il terreno, batterla contro le pietre e smussarla. Il tempo ci rende meno cocciuti, gli errori servono a diventare più abili a mantenere la lama vicino alla terra e persino ai tagli, l’esperienza rende lo sforzo meno pesante, ma i colpi, andati a male nel tempo, consumano la falce ed i fiori recisi non si possono più riattaccare. Caro nonno spero mi perdonerai, avrei dovuto sedermi un po’ di più accanto a te. Nel tuo ricordo e nel tuo esempio ogni giorno cerco il sentiero.
Percorro questi gradini nel silenzio della notte, rivoli di lacrime colano sul mio viso. Fasci di luce escono dall’interno di alcune case, c’è gente che ancora resiste, il paese per questo forse non si lascia morire del tutto, sente ancora un calore umano che gli infonde coraggio e speranza.
Mi lascio alle spalle l’odore acre dei camini, il fumo si disperde dentro vicoli strettissimi che penetrano in un buio profondo, mi ritrovo in uno slargo senza vita, una folata di vento solleva mulinelli di foglie, non c’è nessuno, qui il paese è morto, c’è un silenzio tetro. Cammino senza fare rumore per non disturbare il sonno di questi sepolcri. Eppure un tempo questo luogo era pieno di vita! Tendo l’orecchio ad ascoltare i suoni del passato, il ticchettio degli scalpelli, il battere dei martelli, il ritmo di mani agili ed operose, il picchiettio dei torchi, lo stridere leggero della macina del frantoio, vedo il fiato degli asini uscire dalle stalle, sento il lamento sommesso di qualche gallina, da una scala di pietra il vento fa rotolare un barile da latte, poi d’un tratto da uno scantinato fatiscente scorgo una flebile luce che prima non c’era, non è una luce moderna sembra quella baluginante di una candela.
Intimorito salgo una ripida scala e sbircio all’interno di una grossa finestra sprangata con aste di ferro ed un graticcio annerito, appeso ad una grossa trave di legno scorgo un maiale e sotto la gola osservo un secchio di latta che raccoglie il sangue bollente dell’animale ucciso. Un uomo anziano lo rimesta con una canna per evitare che coaguli, il pavimento è cosparso di peli, su un piccolo tavolo di legno una serie di coltelli affilatissimi e sottili aspettano di essere adoperati. Un uomo di spalle senza voltarsi ne afferra uno con presa sicura, vedo la lama scintillare alla luce fioca di una grossa candela. Sul grugno dell’animale il sangue ha creato un rivolo grumoso e nero dalla quale esce ancora qualche goccia. L’anziano toglie il secchio con il sangue raccolto mentre una donna vi poggia una tinozza di plastica. L’uomo di spalle dirige la lama verso la parte bassa dell’animale, segna il collo con un taglio poi il coltello affonda senza sforzo tranciando la carotide, sulle braccia dell’uomo schizzano pezzi raggrumati di sangue nero, con un movimento deciso dà un ultimo colpo, la testa penzola per un po’ poi la lascia cadere nella tinozza. Sulla parte superiore incide con molta attenzione la pelle bianchiccia, disegna abilmente con corti e prudenti tagli consecutivi un solco sottilissimo che fende in due parti i rosei capezzoli del maiale, dallo squarcio escono intensi vapori, le interiora fumanti vengono posati in una vecchia pentola di latta tutta ammaccata e annerita dal fumo, avverto un odore pungente di piscia e merda, pennacchi di vapore sempre più sottili si innalzano nell’aria fino a scomparire.
Assorto a spiare, d’un tratto avverto un peso sulle spalle una scossa gelida mi percorre la schiena, l’aria è ferma c’è un silenzio irreale.
(CONTINUA)






















