22 marzo 2009

Montagne…di amicizia

La fronte imperlata di sudore brucia. Fa caldo, la temperatura corporea aumenta e non c’è un alito di vento. Salgo.
Il gruppo, in fila, procede più o meno compatto. Qualcuno spedito, altri meno, qualcun altro arranca volenteroso di superare l’erta cresta. L’ultimo tratto si rivela abbastanza impegnativo ma con meno neve del previsto. Adesso il gruppo si allunga. Resto dietro accanto ad un amico. Osservo il fantastico panorama, luci ed ombre, colori diversi. Con lentezza mi lascio abbracciare ed accarezzare dalla montagna, lenti e con calma, risaliamo l’ultimo erto tratto di cresta che ripiega su “Cozzo Sorvolato”. Assaporo l’aria e poi ci sediamo con Alberto ad ammirare le rocce di Serra Dolcedorme. Pinnacoli svettanti ricolmi di neve risplendono di luce, strette gole si aprono a canaloni che ogni tanto scaricano detriti di pietre miste a neve. Pini loricati, dall’altra parte, ci osservano dalla Sella del Vascello, altri, vicinissimi, sembrano afferrarci con rami contorti, dita senili di esseri che hanno combattuto battaglie millenarie e cruente con le forze della natura. Tronchi come scudi carbonizzati, cicatrici nere come tagli di spade, cortecce squarciate dalla forza delle saette, sento il sibilo di lamenti, gemiti che provengono da un altro tempo e da un altro spazio. Così sento la mente intorpidirsi, torno fanciullo. Dalla campagna dei nonni, seguo i profili e le pieghe del versante meridionale della catena del Pollino. Leggero con lo sguardo risalgo le erte pendici e le scaglie di roccia che ripidissime accarezzano il cielo. Senza lasciare traccia, sfioro la roccia delle pareti e i tratti delle creste innevate di bianco. Poi con abilità seguo il crinale che mi conduce alla cima. Senza fatica, senza sforzo, chiudo gli occhi sfiorando la neve della vetta, prima di intraprendere la via del ritorno.
Oggi ho imparato a misurarmi su queste creste ardite, ho percorso le nervature delle “mie montagne”, con lo sforzo i miei piedi hanno calpestato le loro vette e, d’inverno, il bianco immacolato delle loro nevi. Tutti i momenti vissuti in montagna hanno lasciato il segno nel mio cuore, ma soprattutto mi hanno insegnato a percorrere con umiltà i mille sentieri dell'animo umano.
Mettersi in gioco, misurarsi con la montagna è anche un mezzo per scoprire sin dove le nostre forze psico-fisiche possono arrivare. Saggiare tutto quello che si ha dentro con la sola forza dei muscoli e della rapidità del sangue che raggiunge le parti vitali del corpo.
Mentre guardo il gruppo che ormai sfila sotto il traverso della Timpa del Pino di Michele, e lentamente si avvia a raggiungere la cima di Serra Dolcedorme, credo che ognuno di noi oggi stia percorrendo il proprio sentiero.
Guardo l’amico Alberto. Regna il silenzio. Sono felice. Questa pace profonda mi induce a pensare. Le montagne ricalcano l’amicizia, stanno attaccate alla terra e protese verso il cielo quasi come a cercare qualcuno, abbracciandolo, nell’immensità della volta celeste. Le montagne rappresentano un mezzo per trascendere ed elevarsi, rinsaldano i cuori, rendono le amicizie inossidabili per tutta la vita.
A sera, lungo il facile sentiero che ci conduce all’auto io e Salvatore ci attardiamo, rivivendo con i nostri discorsi alcuni momenti della giornata. Salvatore cerca le ultime luci del tramonto. Io mi volto verso Serra Dolcedorme. Le rocce di vetta si stagliano scure nel cielo come la testa di un grosso animale preistorico. Chissà se l’amore e l’amicizia durino per sempre. In questa vita, credo, non potranno mai morire, forse solo dividersi, per poi un giorno, chissà, crescere altrove.
Roccia. Amicizia e amore. Roccia che si frantuma, si spezza, si dissolve in sabbia e polvere non rinnegando la propria anima, quella che è riuscita a creare le montagne. La stessa anima che giorno dopo giorno, nella luce e nell'ombra, mi fa amare di più la vita.

Un grazie di cuore al Presidente Roberto Berardi e al caro amico "meccanico" Antonio Di Luca che alle 21:00 mi hanno aiutato a portare a casa la mia cara vecchia auto.

5 marzo 2009

Di luce e fatica…nel silenzio del vento

Il trillo della sveglia. Sono le 05:00. Resto ancora un po’ a crogiolarmi nel tepore delle coperte. Nell’attimo in cui sto per alzarmi la tua mano cerca il mio corpo caldo. Prendo le tue mani e le stringo. I miei occhi si inumidiscono. Devo andare. La montagna mi chiama.
Il tempo di prepararmi qualcosa di caldo, di lasciarti un bigliettino con su scritto “TI AMO” e sono già pronto per andare incontro alla mia libertà, a sentire il silenzio del vento, a scoprire i limiti della mia forza e superare e vincere le mie debolezze.
Ci addentriamo nel fitto della Valle Cupa, l’assenza di sole accentua ancor di più l’atmosfera tenebrosa e buia cui il nome evoca. Man mano che saliamo la neve si fa sempre più profonda, c’è ne rendiamo conto poco prima di raggiungere il Passo del Campanaro. Oggi la montagna ci impegnerà severamente.
Sul Passo la montagna inizia a incantarci, qualche timido raggio di sole si fa spazio tra le nubi. E’ bello e piacevole stare su quel prato sgombro di alberi e sentire i profumi e le voci della natura che rianimano e ossigenano ogni fibra del mio corpo. Ho bisogno di questo contatto per ricercare attraverso la montagna un senso più autentico e genuino del vivere. Qui si è solo se stessi. E’ impossibile barare. La montagna mi spoglia, sguscia la scorza del mio vivere quotidiano svelandomi i lati più primitivi e nascosti del mio carattere.
L’ascesa lungo la cresta del Campanaro inizia dapprima facilmente, saliamo, poi il crinale s’impenna, ci alterniamo con fatica per farci strada nella neve che spesso cede al peso dei nostri corpi rendendo la marcia difficile e faticosa. L’ultimo tratto richiede un notevole sforzo, aggiriamo sulla sinistra una muraglia di roccia e risaliamo il ripido canale che conduce alla fine del crinale, sull’anticima della Timpa del Pino di Michele.
Lo sguardo si apre sul Vascello ed a sinistra sull’anfiteatro grandioso delle pareti di vetta di Serra Dolcedorme.
Giuseppe va avanti rapito da un’energia irrefrenabile, io più indietro arranco. Procediamo in fila, un po’ distanziati l’uno dall’altro. Sul traverso che conduce alla cresta principale il sole ci irradia, rendendo più sopportabile il vento gelido. Procedo lentamente, fin sulla cresta, poi il tepore del sole non può niente alle gelide folate di vento che violente ci percuotono. Sembra di salire lungo una cresta himalayana: il fiato corto, i movimenti lenti, le cornici, la neve modellata dal vento. Sento bruciare il viso.
In alto verso la cima si addensano grossi nuvolosi neri. Il vento violentissimo solleva nell’aria miriadi di chicchi di ghiaccio che graffiano il viso. Lo spazio sopra di noi si ripulisce aprendosi ad un cielo più amico.
Salire è un crescendo di emozioni, la cresta Est del Dolcedorme disegna nell’azzurro del cielo una curva di ghiaccio e neve. Faccio fatica a pestare lo strato ghiacciato. Sono molto stanco. Non abbiamo calzato i ramponi, in alcuni tratti bisogna fare molta attenzione. Supero un passaggio di affilati pugnali di ghiaccio. Poi neve farinosa si alterna a strati più compatti. L’orizzonte si apre sino a vedere lo Stromboli e le Isole Eolie. Continuo a salire, prego. Ho la sensazione che quassù, qualcuno o qualcosa di immenso, si stia ricordando più di me che degli altri regalandomi un gioia ed una serenità immensa. E’ il fascino dell’altezza, dell’aria ossigenata che entra in ogni fibra sottilissima del corpo.
Ancora un altro po’, poi la curva inizia a degradare. Ci siamo, sono preda di emozioni forti. La cima. Piango come un bambino. Sento che la mia anima si acquieta e purifica. L’abbraccio di mio Fratello cerca di rianimarmi. Penso a zio Franco, a dove sarà in questo momento. Mi siedo sulla neve. Le lacrime sono stalattiti di ghiaccio. Mi perdo nell’infinito del cielo. Un alito di vento, questa volta dolce. E’ una carezza.
Protetti da una sporgenza di neve mangiamo qualcosa.
Lungo la discesa mi attardo un po’, sento il silenzio del vento, la luce si disperde da tutte le parti, mi incanto ad accarezzare con lo sguardo dirupi altissimi che precipitano nella valle sottostante. Nel luccichio di scaglie di ghiaccio scendo ricolmo di gioia.
Lungo la discesa dalla Sella del Faggio Grosso i miei amici tornano bambini. Si divertono a scivolare lungo quella lingua di neve, io li guardo divertito.
Tra gli alberi la neve altissima a volte ci fa sprofondare sino al bacino. Il vallone, man mano che procediamo, si restringe sempre più, sino ad incrociare il sentiero che conduce a Cozzo Palumbo. Mi stacco dal gruppo. Il bosco è un caleidoscopio di luci, di profumi inebrianti. Aghi di pino, profumi di resina, mi siedo su una pietra rapito dal silenzio del vento che scuote i rami spogli di alcuni faggi. Non sento più le voci dei miei amici. La luce penetra tra i rami rendendo questa valle non più cupa. In questo momento mi sembra di essere l’unico uomo sulla terra. Anche la vita dell’uomo come quella del bosco ha bisogno di luce. Di luce per sperare in un domani più luminoso e rendere più vigorosa la pianta dell’amore per la vita. Di luce per rinverdire la pianta della fede e della speranza.
Lascio l’abbraccio della montagna e torno da TE. Con gli occhi lucidi e arrossati di fatica. La luce del tramonto, luce che non muore…nel silenzio del vento. La luce dell’AMORE.

Un grazie di cuore
a mio Fratello, che tutti ormai nella rete conoscono come “U Lupu”,
a Franco per la simpatia,
a Giuseppe per la determinazione.
Grazie per l’AMICIZIA.