22 febbraio 2009

Apro lo zaino per prendere da mangiare, un attimo e la neve finissima entra all’interno del sacco coprendo ogni cosa. I fiocchi di neve, nutriti dal freddo che ci avvolge, resistono anche ai vapori dei nostri corpi accaldati.
Ci rifocilliamo, prendendo un po’ di fiato nella Radura di Rummo. Mi piacciono le radure, stanno lì in mezzo al bosco, come per invogliare l’escursionista a fermarsi un po’, a sentire l’abbraccio della montagna, prima di riprendere il cammino nel folto degli alberi. D’estate uso sedermi con la schiena appoggiata al tronco di un faggio e sentire il fremito delle foglie mosse dal vento che si adagia piano sui rami. Le radure rubano i miei pensieri, facendomi tornare bambino. Un bambino con le lentiggini, i capelli riccioli ed arruffati corre per sentire il vento accarezzargli il viso, le lacrime rigandogli le guance si staccano come gocce di vita disperdendosi nell’aria. Un bambino curioso della vita ma ancora innocente per rendersi conto che con fatica dovrà costruirsi il suo futuro. Oggi quel bambino è diventato un uomo. La montagna è entrata sempre più nella mia vita, nei momenti difficili è stata l’appiglio a cui aggrapparmi per non cadere. Non ho dimenticato la radura che tanti anni fa mi fece sognare. Ed oggi ho preso coscienza della fatica e delle difficoltà della vita nutrendomi del pane fatto con la farina del mio sacco. Nessuno sa che d’inverno le radure nascondono segreti, diventano luoghi magici dove il tempo pare fermarsi. I rami appisolati al sonno dell’inverno si adagiano intorno allo spiazzo. Il silenzio è straordinario, accompagnato solo dal respiro degli alberi. D’inverno è nelle radure che si percepisce maggiormente il senso dell’attesa prima dell’arrivo della primavera. Anche la vita dell’uomo è fatta di attese. Anzi a volte le attese costituiscono una chiave per vivere.
Mi fermo. Faccio sfilare il gruppo. Adesso tutti sono avanti. Aspetto ancora un po’. Indugio. In questo stato d’animo libero la possibilità di sognare e in mezzo alla radura, ancora una volta, tra la meraviglia e lo stupore rivedo il sorriso ed il pianto di quel bambino.
La nebbia ci inghiotte. Figure dalle forme indefinite vagano nel turbine dei fiocchi di neve. Sferzato dal vento il mio pensiero va all’amico che non c’è la fatta a proseguire ed è tornato indietro. Spero sia al riparo dal freddo della tormenta.
Un gruppo si ferma, altri proseguono. Come in un girone dantesco, costretti a scontare chissà quale pena, a fila, barcollanti proseguiamo nel biancore delle nebbie. Si continua imperterriti verso la cresta che divide il Piano di Toscano dalla Piana del Pollino. Ed ecco, all’improvviso, da quel mare di bianco riemergere i due grandi “pini guardiani”. Ci avviciniamo mentre altre misteriose creature in lontananza, tra i vapori della nebbia, paiono venirci incontro. Sono i patriarchi misteriosi del Pollino, possenti, altri secchi e vacillanti, come antichi cavalieri, ognuno con una propria storia ed una corazza, lontano dagli esseri umani combattono da migliaia di anni le immani forze della natura. La loro è una bellezza viva e toccante. Io, bambino, così piccolo di fronte a tutto ciò, non posso fare altro che racchiudere tutto nel cuore: freddo, vento, neve, fatica, amicizia e gioia…la montagna entra e si fa spazio nei recessi più segreti e nascosti dell’uomo.


Le foto di questo post appaiono per gentile concessione di Mimmo Pace, vero figlio del sole e Adalberto Corraro. Grazie

14 febbraio 2009

perchè anche l'Amore è un sentiero

a Cesira

Vivo silenzio
il calmo tuo respiro
rischiara
un alone di dolcezza
il tuo profilo

rugiada
scende dagli occhi miei
nell’oscura luce
esile
la mano tua
calda
cerca la mia

rampicanti intrecci di baci
vivono
nel gemitìo
l’umida carne di noi.

1 febbraio 2009

E’ domenica mattina, il mio sguardo si perde contro i vetri della finestra, cerco di scorgere le mie amate montagne, ma un lenzuolo di nuvole le copre. Piove incessantemente da ieri sera, prima di addormentarmi ho sentito la pioggia battere sul tetto. Mi piace, nel silenzio della stanza, ascoltare il picchiettio allegro dell’acqua che scivola sulle tegole, la sensazione di essere in un luogo riparato, quando fuori il cattivo tempo avvolge e percuote ogni cosa.
Apro la finestra e vengo investito da un’aria fresca, sento il profumo della neve, le montagne in questo momento si lasciano abbellire dal candore immacolato di leggeri coriandoli bianchi.
L’abitato di Morano sembra un fantasma di pietra che cerca di risollevarsi dai vapori della nebbia che lo attanagliano. Con lo sguardo accarezzo i muri delle case, seguo il profilo dei tetti affastellati, mi imbratto di colori smorti, fatti di fuliggine e muffa, penetro nei vicoli più stretti e profondi, nei pertugi che d’un tratto si chiudono e poi subito si riaprono.
“Sipporti”, archi, fenditure, strade si dipanano, respirano affannate, qualche macchia di verde, poi finestre, occhi persi e smarriti in quest’aria funerea, forse è la nebbia che rende tutto così angoscioso, tutto così tormentato. Se non fosse per qualche camino che fuma sembrerebbe che la vita non abiti più tra quelle case.
Una bella cioccolata calda e fumante mi risveglia, forse stavo solo sognando, o era un incubo, mi ritrovo con le dita sporche di muffa e fuliggine, come se le mie mani avessero arrampicato tra i muri delle case del mio paese, in realtà la polvere che imbratta le mie mani è solo cioccolata.
Non riesco a distogliere lo sguardo dai vetri, il mio pensiero va agli amici che sono impegnati lungo le pendici del Dolcedorme, lungo la via Pietra Colonna. Ho rinunciato, non me la sentivo di affrontare quella via con queste condizioni atmosferiche. Credo che sia anche importante non ostinarsi, ma avere il coraggio di saper rinunciare. Non è facile, specie quando si è giovani e forti si pensa di poter dominare la natura per la troppa sicurezza in se stessi. Anche se a volte, devo ammettere, è estremamente adrenalico trovarsi in “condizioni decisamente non proprio agiate”.
Non importa nulla alla montagna della nostra scalata. Siamo noi uomini, con il nostro cuore a dare un’anima alla montagna. Lei sta lì. Immobile, austera, madre accogliente, a volte severa, ma sempre generosa.
Piove a dirotto, oggi metterò ordine alle migliaia di foto che aspettano da un po’ di anni di essere catalogate, così in un certo senso mi sentirò di nuovo tra i sentieri e le cime delle mie montagne.

Il trillo del forno mi ricorda che sto bruciando la “rusceddra”. Abbrustolita al fuoco avrebbe avuto un altro sapore. Il fuoco. Il fuoco mi ricorda la vita. La vita la alimenti con la passione, con il coraggio, con la fiducia, con l’Amore e la fede. I giorni lieti, come legna secca, si consumano in fretta, quelli tristi, come legna fumosa, sembrano non passare mai. Giorno dopo giorno la fiamma si mantiene viva, ardente, allegra, con gli anni comincerà ad indebolirsi, filamenti sinuosi di fumo, i ricordi, prenderanno il sopravvento sul vampore. I ricordi resteranno a farmi compagnia, chissà se mi basteranno, credo proprio di no, se oggi, nel cimitero, ricordare i momenti passati con le persone care non mi è bastato. Al vento, in quel luogo di pace e conciliazione, ho affidato i miei ricordi, come semi, affinché possa spargerli oltre l’orizzonte… ...così come la mia cenere un giorno si spargerà nella Valle del Sempre, anch’essa, per concimare la radice della fiamma che non muore… …ma questa è un’altra storia.