Dopo il ponte dell’autostrada il taglio del bosco è una ferita aperta su questo manto fatto di rami che a fatica si protendono verso il cielo. Un passo, un altro ed un altro ancora ed il bosco torna fitto, qui l’uomo non è ancora arrivato. Come spina nella carne così penetro all’interno di questa valle.
Sento forte questa salita. Uno spazio selvaggio che mi ritaglio dentro. I muscoli doloranti, la tensione mistica della solitudine. Alla fine dello sperone il bosco si dirada, lascia spazio alle erbe officinali, rapito dal loro profumo mi accorgo di essere solo.
Riparto verso un mare di cielo, questa cresta svetta ripida come a dar battaglia alla volta celeste. Salgo su a cercare Dio, la mia salita è lenta, un benessere mi pervade l’anima. Il mio corpo brucia nella tensione. Da tempo volevo essere qui, in quest’angolo di montagna poco battuta, sapevo che sarebbe stata un’esperienza forte. Come tutte le vie in cresta, ero sicuro che anche questa mi avrebbe regalato forti emozioni e soprattutto spogliato l’anima.
Quest’aria purifica la mia carne, me ne accorgo dalle lacrime che scendono dalle guance. Quant’è bello qui! Vorrei restarci per sempre. Chiedo a Dio di farmi restare. Chiedo perdono alle persone che amo e che mi aspettano.
Sono le 14:00, l’altimetro segna 1.699 m.s.l.m., mancano 80 metri alla cima. Nella mia mente si insinua l’atto più coraggioso di ogni scalatore: la rinuncia.
Devo continuare a salire. Voglio dedicare questa esperienza forte ad un amico che non c’è più. La vetta è lì. 1.730 m.s.l.m. mi fermo. L’ombra della cresta si proietta sui versanti del Timpone della Capanna. Sono piccolo di fronte a tanta grandezza. Raccolgo tutte le forze, riparto a cercare un confine che non troverò mai. Alle 14:16 sono in cima. 1.779 m.s.l.m.. Un vento freddo mi penetra con forza, stanco riesco a vedere nella purezza di questo cielo gli occhi delle persone care che non ci sono più, sguardi conservati in fondo al mio cuore e che mai dimenticherò. Metto la giacca. Frettolosamente apro lo zaino e bevo il mio immancabile tè caldo. Mi chiedo cosa sarà di me quando non potrò vivere questi momenti. Chissà se un giorno sarà solo attraverso la mia anima che potrò vivere e restare per sempre con le mie montagne. Chissà se un altro mondo o un’altra vita mi potranno regalare tanta gioia.
Seduto dietro ad un anfratto roccioso mi fermo a pensare…
Caro Raffaele a te oggi dedico questa mia esperienza, affinché dentro di me possa rimanere traccia indelebile dei momenti passati insieme. Non sono venuto al tuo funerale perché ricordarti da vivo mi da la possibilità di pensare che potrò ancora incontrarti, chissà, tra fili d’erba sottili che si adagiano al vento, tra foglie che accarezzano rami, leggere, e poi si staccano, nel cinguettio di un merlo che si poggia sul mio zaino come a salutarmi e poi riparte…ciao Raffaè.
