ed ogni sentiero per me è Cuore.

Da tanto, da troppo tempo stavo caldeggiando l’idea di ritornare sul Pollinello. Ma, vuoi per il maltempo, vuoi per imprevisti vari, ho dovuto sempre rimandare.
Quale giornata migliore per compiere l’ennesima solitaria, una particolare, che resta per sempre nel cuore ed indelebile si conserva, come un dono prezioso, nella scatola dei ricordi.
Da solo, per la terza volta, mi accingo a percorrere questo itinerario difficile ed ardito. Non nascondo l’ansia e la preoccupazione, accentuate ancor di più dal mio allenamento psico-fisico non certo ottimale e dalla paura del temporale annunciato. Ma certe emozioni e stati d’animo, certe

allucinazioni si vivono e percepiscono quando si è solo con se stessi. Nella rada pineta, penetranti raggi di sole inondano il sottobosco, poi i lecci, infittendo il mio cammino, rendono l’atmosfera di una selvaggia bellezza e dove riesce ad arrivare la luce un bagliore esalta i movimenti veloci e precisi di un ragno che ripara la sua sottilissima tela.
Gli odori, così intensi ed aromatici penetrano all’interno della mia carne, la pelle diventa corteccia di pino. Il profumo delle erbe aromatiche disinfetta e purifica le ferite della vita. Le lacrime, linfa vitale, lentamente rigano il mio viso. Sono in contatto con quello che io cerco sempre.
Devo contare solo su me stesso, è questo il fascino delle solitarie. Solo, sorretto dalle proprie forze, spogliato delle proprie debolezze, solo con i miei gesti, rapito dai battiti del cuore, dalla natura arcana e selvaggia che regna sotto questo pezzo di cielo.

Lo sguardo scruta verso la muraglia di roccia delle pareti del Pollinello. Salgo. Le nubi, verso Serra Dolcedorme, cariche di un grigio scuro mi impensieriscono. Sono combattuto tra la rinuncia e l’andare avanti. Il sole mi scalda, come un elemento vitale penetra in me, mi calma, mi infonde fiducia. Scelgo di continuare. So che in caso di cattivo tempo ripercorrere il ghiaione risulterebbe difficile e pericoloso.
Proseguo lungo quell’accumulo di clasti sciolti e detriti rocciosi. Operazione che esige pazienza e cautela. Un passo ed un groviglio di pietre franano giù per il ripido pendio. Il forte odore di zolfo mi intorpidisce la mente rendendo il mio passo incerto. Poi una vipera sguscia a pochi centimetri

dalla mia mano che avevo quasi appoggiato su un ammasso di rocce. Il rettile resta immobile. Io spaventato lo imito. Poi agilmente riprende la salita e va ad aggrovigliarsi all’interno di un grosso masso. Meglio cambiare aria, l’ospite indesiderato sono io. Con più timore proseguo l’attraversamento del ghiaione. Sembra non finire mai.
Il passaggio per l’attacco della salita è più a sinistra. Continuo a spostarmi lungo i piedi della parete, poi… c’è solo da salire. Indugio.
“Ma è da qui che sono salito le altre volte?” Mi chiedo pre

occupato. Il sole sparisce, ingoiato dalle nubi. Non posso più tornare indietro. Devo solo salire. Penso al temporale. Spero che la montagna sia clemente e mi faccia passare. Se scoppiasse il temporale in questo canalone la montagna mi vomiterebbe addosso di tutto. Mi avvicino alla Grande Madre con umiltà e rispetto non cercando nessuna sfida. Solo uno sciocco potrebbe pensare il contrario: considerare la montagna un nemico da abbattere, l’esito sarebbe scontato. La mia è voglia di conoscenza e di scoperta, legata solo al fatto di riuscire a capire dové il mio limite e se possibile cercare di superarlo.
L’erba e viscida e insidiosa, questa non è la stagione adatta per venirsi a cacciare nei guai in posti come questo. Ho il fiato grosso. Sono preda di emozioni forti.
Penso a lei. Penso alla donna che amo. Stamattina prima di andare mi ha detto di stare attento, di non dargli dispiaceri. Ho messo sempre in conto tutto nelle mie solitarie, anche la morte. Poiché essa può sopraggiungere in qualsiasi modo e momento. Ma oggi sento qualcosa di diverso. Mai come oggi ho temuto così forte la morte. Una sensazione strana mi pervade, affronto questo momento con più cautela, con ancora più rispetto verso la mia vita e le persone che mi

amano.
“Scivolare sarebbe la fine”. “Forse non morirei sul colpo, mi romperei qualcosa”. “Soffrirei prima di soccombere”. Ma che pensieri faccio. Questa è la “mia”
“Via degli Angeli”. Perché le esperienze personali sono solo mie, intime, profonde; nessuno mai potrà togliermi dal cuore ciò che provo in questo momento, difficile da spiegare…e per chi non ama tutto ciò forse ancor più difficile da capire.
Questo è il luogo delle tante tragedie: i tedeschi schiantati sempre sullo stesso versante durante il secondo conflitto mondiale nel 1941, Felix Raab precipitato da questi dirupi nel 1962 e infine Cristian Knabe deceduto nel giugno del 2005 durante la discesa dai precipizi del Pollinello, amico caro mai conosciuto.
Nel profondo dell’insenatura il cielo sopra di me si colora di un grigio scurissimo. “Fammi passare Madre, fammi passare”.

Ancora un po’, ma i crampi mettono a dura prova i muscoli delle mie gambe, poi il versante inizia a curvare verso la cima, l’ultimo sforzo e non ho più bisogno dell’aiuto delle mani. Mi dirigo verso la croce di Cristian, una preghiera, due, tre preghiere, con il cuore ricolmo di gioia scorro con la mente i volti che mi sono passati accanto in questi anni della vita, a chi non c’è più va il mio più vivo pensiero.
Lascio un biglietto. Il cielo non promette niente di buono. Inizia a gocciolare. Il bosco Pollinello mi culla, al riparo, come nutrito da un seno materno. Ammassi di neve ormai sporca si sciolgono in

rigagnoli d’acqua fangosi. Nutrono il Cuore della Terra. La Grande Madre è contenta, restituisce tappeti di fiori. I rami dei faggi iniziano ad aprirsi ai germogli. La vita è nell’aria.
Non gocciola più. A Colle Gaudolino faccio amicizia con una volpe. Mi dirigo verso il capanno a salutare Carmelo “il custode”, scambiamo quattro chiacchiere mangiando qualcosa. Poi quando è ora di andare mi invita a scendere con lui verso Colle dell’Impiso dove ha lasciato l’auto. Lo ringrazio per la sua generosità ed amicizia ma io devo proseguire per il mio sentiero. Ci dividiamo, ognuno compagno della propria solitudine.
Lungo la Scala dei Moranesi scendo felice, forte risuonano nel mio cuore le parole di Henry David Thoreau:
“Non ci può essere nessuna oscura malinconia per chi vive in mezzo alla natura e ai suoi sensi sereni”.